Nel giorno della festa della mamma nel Regno Unito, ha dedicato il premio «al bellissimo caos del cuore di una madre». Mentre la cerimonia offriva anche il gioco glamour del «cosa dici del mio vestito?» tra Anne Hathaway e Anna Wintour, quella frase ha lasciato un’impressione diversa: meno posa, più verità. Sarà che viene dalla terra d’Irlanda, ma Jessie Buckley ha una bellezza ruvida e magnetica che evoca qualcosa di ancestrale, come la maternità che descrive. Fa pensare alla presa possente delle radici che spaccano la terra per ancorare una pianta.
Il caos nel cuore di una madre non è – solo – quel putiferio di giornate in cui si tenta di incastrare tutto, con emozioni altalenanti. Richiama, di più, un tumulto primigenio che è travaglio e accudimento, l’esatto opposto del misero quadretto ideologico che contrappone il carattere dominante della donna in carriera alla dolce figurina dimessa della madre di famiglia. Jessie Buckley ha vinto l’Oscar come miglior attrice per Hamnet. Nel giorno della festa della mamma nel Regno Unito, ha dedicato il premio «al bellissimo caos del cuore di una madre». Mentre la cerimonia offriva anche il gioco glamour del «cosa dici del mio vestito?» tra Anne Hathaway e Anna Wintour, quella frase ha lasciato un’impressione diversa: meno posa, più verità. Sarà che viene dalla terra d’Irlanda, ma Jessie Buckley ha una bellezza ruvida e magnetica che evoca qualcosa di ancestrale, come la maternità che descrive. Fa pensare alla presa possente delle radici che spaccano la terra per ancorare una pianta.
Il caos nel cuore di una madre non è – solo – quel putiferio di giornate in cui si tenta di incastrare tutto, con emozioni altalenanti. Richiama, di più, un tumulto primigenio che è travaglio e accudimento, l’esatto opposto del misero quadretto ideologico che contrappone il carattere dominante della donna in carriera alla dolce figurina dimessa della madre di famiglia. Molto addomesticata, pur volendo ostentare il contrario, si è mostrata la pop star Annalisa. Ritorna sotto i riflettori cantando «mi vuoi più suora o pornodiva?». La dualità dissacrante di una donna che vuole essere libera dalle etichette, sai che grande novità. La canzone nomina una gabbia senza davvero incrinarla; mette in scena una provocazione già assorbita dal mainstream e, proprio per questo, innocua. «Questa non è una canzone estiva», dice il testo, ma finisce per stare esattamente lì: nella zona di un tormentone brillante, non in quella di un’esperienza che scava. Anche un brano pop può ospitare un canto che non sia solo un sottofondo musicale per un aperitivo in spiaggia. Forse avremmo più bisogno dei tuoni di un temporale estivo, di una voce che si pianta nelle radici complesse di sé, e va oltre il noioso stereotipo religione vs erotismo.