Voltaire lo chiamava “il diritto delle tigri”: quella furia collettiva che scambia la libertà per istinto predatorio e la giustizia per vendetta. È il trionfo del branco morale, dell’indignazione come sport nazionale.
Non è più giustizia: è giustizialismo travestito da progresso. La libertà di parola — anche quella di critica, anche quella femminista o militante — è un valore, non una clava da usare contro un avversario, un presunto abuser o semplicemente contro chi ci sta antipatico. Perché nel momento in cui la libertà si trasforma in arma, perde la sua natura di diritto e diventa strumento di dominio. C’è poi un punto che quasi nessuno osa toccare: la responsabilità delle piattaforme. I social network sono oggi il luogo dove si consumano diffamazioni, istigazioni e gogne pubbliche. Ma mentre un giornale risponde penalmente di ciò che pubblica, le piattaforme si dichiarano neutrali. È una comoda ipocrisia. Se un quotidiano risponde in tribunale per le proprie pagine, perché non dovrebbero farlo anche le bacheche digitali?Viviamo in tempi di jihadisti della parola, fanatici del verbo che scambiano la distruzione simbolica per militanza e l’offesa per diritto d’espressione. Ogni causa, anche la più nobile, quando perde il senso del limite, finisce per tradire se stessa.
E nessuna libertà, se usata come un’arma, resterà mai tale.