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L’opinione di Giampiero Casoni

L’ipocrisia di cercare il momento in cui Putin da leader è diventato un tiranno

Tutto pur di non dire che lo sapevamo, che lo abbiamo sempre saputo chi fosse Vladimir Putin e che ci piaceva che lui fosse così perché puniva i criminali con millemila anni di carcere e decideva.

Putin

Vladimir Putin in Italia ha avuto la sua età dell’oro e non è stata età breve. Per anni il leader della nuova Russia riformata in senso capitalistico e corsaro ha incarnato la mistica del capo forte, del tizio granitico e spiccio, del conducator con il colbacco che faceva da contraltare ai governi esantematici di un Occidente che di Putin non avevano il sessappiglio.

E non ce lo avevano perché dovevano mettere in pratica una cosa che si chiama democrazia, che è faccenda molto più sciapa e complessa del cesarismo ma ha una bellezza di fondo che noi poveri grulli social tendiamo a cogliere sempre troppo tardi.

Ma lui no, Vladimir Putin e la sua osannante cerchia di oligarchi un tanto al chilo hanno saputo costruire l’epopea di un condottiero vero perché con la democrazia ci hanno sempre giocato a verniciare la facciata, non certo a tirar su muri maestri.

E tuttavia le colpe di Putin sono limitate. Che colpa puoi dare ad un ex ufficiale dei servizi segreti sovietici che da Dresda dove torceva dita ai nemici del partito è arrivato a ricattare i potenti fino a diventare lui stesso il più potente fra i potenti? Che accusa puoi muovergli ad un tizio così se non quella di aver seguito l’usta primitiva di una storia indietro di almeno un secolo rispetto all’Ovest Molliccio? No, la colpa di Putin è sempre stata solo quella di essere fedele al suo vissuto di tiranno in pectore.

Le nostre, di colpe, sono state invece più grandi.

Perché ad un certo punto della storia di un paese a democrazia parlamentare come l’Italia, dove il potere viene delegato e sperso in mille rivoli tanto da annegare a volte nel pantano della burocrazia codina Putin è iniziato a diventare un modello da emulare. Lui boxava con gli orsi e sbatteva sul tatami incolpevoli sparring con le mosse aguzze del judoka e montava cavalli col cappello da gaucho e picchiava montagne e cazziava dio se dio non gli dava ragione.

E nelle more di quegli erculei cimenti ammazzava gli oppositori, accumulava ricchezze che Creso scansati e spregiava ogni regola democratica di base facendosi eleggere con voti farlocchi e farciti di terrore ed imbrogli. Ma a noi, o almeno ad una parte di noi, questo non ha mai dato fastidio. Anzi, per parte nevrile e limbica ha alimentato quel processo di identificazione becera fra il nostro sovranismo nascente e la sovranità palese dello “Zar”. Neanche ci siamo accorti che chiamare uno zar non è affatto simpatico ma che vuoi, l’immagine rendeva bene e quel nome, anche se non lo sapevamo ché siamo una manica si ignoranti, riecheggia cose magnetiche come Cesare o Kaiser che a noi italiani sempre arrapati di uomini del Destino piacevano e piaceranno sempre.

Ecco perciò che quando Putin ha deciso di mettersi davvero a fare il matto e il capo macellaio in Ucraina abbiamo sentito tutti (non tutti, tantissimi dai) il bisogno di chiederci quand’è che Putin avesse bevuto il veleno che lo ha fatto impazzire e che lo ha trasformato da leader duro in tiranno sanguinario. E con la faccia basita, un po’ delusa per una sorta di “tradimento etico” ci siamo persi nell’ipocrisia suprema di andare a cercare l’esatto step temporale, il nesso eziologico nascosto che ha innescato la metamorfosi e fatto la magia nera.

Ecco, in quel momento esatto abbiamo coltivato l’illusione cretina di esserci mondati dal peccato di averlo quasi idolatrato, Vladimiro, e questo quando lui era già quello che è sempre stato: un autocrate spiccio che sta a democrazia e diritti umani come Patton stava a John Lennon.

In questi giorni ci siamo anche rovellati su una malattia grave che ne avrebbe stravolto gli intenti e gli avrebbe caricato quel maquillage etico che non gli fa vedere i bambini depezzati in strada ad Irpin, a Mariupol, a Kharkiv. Perché è ovvio, se uno è malato poi se prende d’aceto in maniera un filino più gagliarda un po’ va capito.

Tutto pur di non dire che lo sapevamo, che lo abbiamo sempre saputo chi fosse Vladimir Putin e che ci piaceva che lui fosse così perché puniva i criminali con millemila anni di carcere e decideva. E noi che oggi che non possiamo non sapere dobbiamo trovare la giustificazione agli osanna che gli abbiamo mandato quando il suo seggiolone al Cremlino già grondava sangue. Perché siamo italiani che postano meme scemi sui social e abbiamo dimenticato, in tanti, non solo il povero capro Salvini, la differenza fra i capi e le guide.

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