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Lucia Azzolina: “Sono sotto scorta per aver portato la meritocrazia nella scuola”

Lucia Azzolina, ex ministra dell'Istruzione durante la fase più dura della pandemia, racconta la sua verità nel libro "La vita insegna": l'intervista a Notizie.it.

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Lucia Azzolina è stata la ministra dell’Istruzione del governo che ha dovuto affrontare la prima fase, quella più difficile, di questa pandemia. Ha dovuto gestire un settore delicato come quello della scuola in uno dei momenti più complicati della storia italiana e non solo.

Che esperienza è stata?

Sono stati mesi, anzi, per la precisione quasi un anno – perché io avevo giurato il 10 gennaio per diventare ministra dell’Istruzione e a febbraio è arrivata la pandemia – molto difficili. Non ho potuto neppure fare il ministro in un momento di ordinarietà. È stato difficile perché alcuni pensavano che la pandemia potesse rappresentare in qualche modo una fotografia, invece sappiamo che è una situazione in itinere ancora oggi. Ricordo che la scorsa estate qualcuno urlava “non serve il distanziamento a scuola, la pandemia è finita ma Azzolina vuole comunque far mettere la mascherina ai bambini”.

Ecco, sappiamo bene cosa è successo dopo. Eravamo i primi in Europa, quindi anche quando facevamo le riunioni con gli altri ministri dell’Istruzione europei mi facevano parlare sempre per prima. È stato difficile far partire la DAD perché abbiamo ricevuto diffide a non finire, c’era chi voleva semplicemente incrociare le braccia mentre io non volevo assolutamente perdere l’anno scolastico. Non volevo abbandonare i ragazzi in un momento difficile. La DAD, soprattutto all’inizio, è stato più che altro un momento di sostegno psicologico per i ragazzi.

Tanti ci scrivevano che avevano i nonni in ospedale, alcuni non hanno potuto nemmeno salutarli e avere almeno il conforto mattutino della lezione e delle chiacchiere con gli insegnanti che non li lasciavano da soli è stato veramente fondamentale. Forse è meglio che mi fermi qui perché parlare di tutto quest’anno di pandemia sarebbe lunghissimo. Anche per questo ho voluto scrivere il libro, perché tante cose io prima non ho potuto dirle, non ho potuto difendermi come avrei voluto.

A proposito del libro, ha un titolo emblematico: “La vita insegna”. Lei cosa sente di aver imparato dalla vita, soprattutto in questi ultimi due anni?

Fin da piccola ho dovuto faticare moltissimo e ho sempre saputo di dovermela cavare da sola, che dovevo studiare e lavorare. Fin da subito ho capito che la scuola poteva essere per me un importantissimo ascensore sociale. Non ho mai avuto tutto e subito. Quando andavo a scuola avevo un solo zaino e quello si lavava tutti gli anni in lavatrice perché non c’erano soldi per comprarne altri. I miei genitori hanno fatto molta fatica a comprarmi libri nuovi all’inizio, poi ho capito di doverli prendere di seconda mano La vita mi ha insegnato però che con l’impegno, la fatica, senza mai risparmiarsi si possono raggiungere dei grandi obiettivi anche se non nasci in una famiglia ricca e privilegiata. E ce la puoi fare anche in un Paese dove obiettivamente è complesso come l’Italia, dove hai sempre un po’ bisogno di aiuti e aiutini. Ecco, avercela fatta senza aiuti per me è sicuramente motivo di grande soddisfazione. Anche se non nego che, come racconto nel libro, la carriera universitaria mi fu preclusa, malgrado fossi la prima del corso, perché mi dissero che non avevo parenti alle spalle sufficientemente potenti – mettiamola così – da potermi garantire un dottorato di ricerca. Se non fosse stato per la scuola probabilmente sarei stata una dei tanti giovani che sarebbero finiti all’estero.

Tornando alla pandemia, non posso non farle una domanda sui famosi banchi a rotelle. Come risponde alle critiche?

Come ho sempre risposto: quei banchi in Italia esistono dal 2012, il governo ha dato a ogni scuola, a ogni dirigente scolastico la possibilità di scegliere quali banchi voleva in base a quelli che già venivano usati. Hanno scelto 2 milioni di banchi tradizionali e 400mila con le rotelle. Questa è la scelta, poi bisognerebbe anche capire perché alcuni dirigenti scolastici hanno scelto quei banchi che sono già usati in tutto il Nord Europa e che consentono di dimenticare il concetto di lezione frontale in maniera tradizionale. Consentono di fare didattica in maniera diversa, di lavorare molto in gruppo, di disporre la classe in maniera diversa. Se ci pensate noi siamo sempre stati molto critici nei confronti della scuola dicendo che negli ultimi cento anni non è cambiato nulla: lavagna, cattedra, banchi in fila e lezione frontale. Con la pandemia i dirigenti scolastici che erano già più innovativi lo sono diventati ancora di più e hanno voluto cambiare questo paradigma.

Pensa davvero che sia bastato questo a cambiare il paradigma? Nota davvero una differenza, anche un miglioramento, tra il pre pandemia e ora che si è tornati in presenza?

Sicuramente sì. La scuola che ho frequentato sia come studentessa che come insegnante era molto conservatrice, tranne poche eccezioni. C’è stato un grande passo avanti ma di certo non parlo dei banchi, parlo della digitalizzazione che c’è stata nella scuola, la formazione degli insegnanti nell’uso di strumenti che non avevano mai usato, paradossalmente anche solo il PC per i più anziani. Abbiamo fatto corsi di formazione a più di 500mila docenti, abbiamo distribuito tablet e computer. Questo tipo di operazione, in tempi di ordinarietà, avrebbe portato via almeno 15 anni. Invece nel giro di pochi mesi, proprio perché non c’era altro modo, la scuola è stata costretta a crescere e a correre velocemente. Gli insegnanti hanno fatto un grandissimo lavoro. A volte, all’inizio, aiutati anche dagli studenti. Penso che la scuola sia enormemente cresciuta nell’anno di pandemia più duro che abbiamo vissuto.

Tornando alle critiche che le sono state rivolte, pensa che in parte siano state accentuate dal fatto che è una donna? Si è mai sentita messa in secondo piano rispetto ai colleghi maschi?

All’inizio non credevo che essere donna potesse essere così difficile in politica, anche perché io ero abituata a scuola che è un mondo quasi tutto al femminile. Ora devo rispondere a malincuore sì: essere donna non è stato facile. Ho dedicato a questo tema diversi capitoli del libro. Uno si chiama “Le labbra scarlatte”: il fatto stesso di mettere il rossetto rosso mi ha creato non pochi problemi. Ho ricevuto inviti da parte di più persone – anche colleghi politici – a togliere il rossetto, cosa che trovo allucinante. Devo dire anche che tantissime donne del Paese mi sono state accanto, ogni scuola in cui andavo in visita ricevevo in regalo un rossetto rosso da qualche docente donna. Non ci sono solo leoni da tastiera, ci sono anche sessisti da tastiera. Ho voluto riportare nel libro tutti gli insulti ricevuti, uno ad uno. È stato un atto di coraggio, catartico. Mettere per iscritto quegli insulti è stato un po’ come dire a me stessa: Lucia, te li devi mettere alle spalle, perché sono loro che hanno sbagliato e che sbagliano. L’Italia fa fatica ancora oggi a pensare che le donne possano fare carriera, possano ricoprire certi ruoli. Lo vediamo ai livelli più alti come a quelli più bassi. Ci sono state tante donne presidenti, tante donne prefetto che mi hanno confidato che quello che hanno fatto a me lo hanno fatto anche a loro. Noi abbiamo approvato alla Camera una legge per la parità salariale, una legge importante perché un uomo e una donna che fanno lo stesso lavoro oggi guadagnano diversamente. Oggi a una donna che cerca lavoro la prima domanda che viene fatta è se ha intenzione di avere figli. Non dobbiamo negare che il problema esiste e che è culturale. Sono stereotipi che vanno combattuti prima di tutto proprio a scuola, dando ai nostri bimbi e alle nostre bimbe un’educazione all’affettività che porti al rispetto della persona indipendentemente che sia uomo o donna.

Proprio per il fatto che avete dovuto affrontare un fatto inaspettato come la pandemia, siete stato l’unico governo italiano a non fare una riforma della scuola. Se non ci fosse stato il Covid, che tipo di riforma avrebbe voluto presentare per il mondo dell’istruzione?

Non avrei fatto una riforma. Io sono stata un’insegnante e un dirigente scolastico e le riforme le ho subite tutte e so bene che il personale della scuola è il primo a essere contrario, perchè spesso si fanno le riforme ma poi nei fatti non cambia quasi nulla. Quindi senza fare delle grandi riforme, avrei rivisto delle cose, a partire dal presupposto di mettere al centro i bisogni dei ragazzi e non altro. La scuola è fatta per loro e senza di loro non esisterebbe nemmeno il personale scolastico. La prima cosa che avrei fatto è introdurre concorsi meritocratici per portare in classe insegnanti di qualità, i migliori che noi abbiamo. Non è una novità assoluta: in Finlandia prendono il 10% dei migliori laureati e li mandano (chi vuole chiaramente) a insegnare, pagandoli molto bene. In Italia in passato c’è stato un brutale do ut des, della serie: entrate tutti, però pagati poco. Questo ha fatto molto male alla scuola italiana. Io per il solo fatto di aver voluto i concorsi sono finita sotto scorta tutt’oggi perché ho ricevuto minacce pesantissime, per il semplice fatto di aver chiesto un’istruzione di qualità per il mio Paese. Una scuola di qualità può essere un vero ascensore sociale, serve ai ragazzi più fragili, quelli che non hanno famiglie alle spalle che potranno aiutarli e che hanno l’istruzione come unica speranza per il futuro.

La mia impressione è che il tema scuola sia sempre trattato in modo emergenziale. Se ne parla improvvisamente a settembre, quando, di colpo, ci si rende conto che mancano gli insegnanti, i presidi, che c’è il problema delle classi pollaio. Lo dico anche da figlia di insegnante: si parla sempre degli stessi problemi, sempre con sorpresa, come se una programmazione più oculata fosse impossibile. Ha anche lei questa impressione?

Eccetto l’anno in cui io sono stata ministra, in cui si è parlato di scuola ogni giorno urbi et orbi, spesso anche a sproposito, normalmente si parla di scuola solo a settembre, proprio come ha detto lei. E i titoli sui giornali sono sempre gli stessi: “Caos scuola”. Poi se ne parla quando ci sono gli esami di Stato. Per il resto dell’anno, di scuola non si parla mai. Per risolvere i problemi di cui lei stava giustamente parlando serve una seria programmazione. Questo significa sapere in anticipo e con precisione di quanti e quali insegnanti ho bisogno. Io avevo fatto un tavolo con il Mef e con l’Inps perché volevo sapere da qua a 20 anni quanti insegnanti e personale ATA sarebbero andati in pensione, in quali classi di concorso e in quali città. Solo così puoi programmare, altrimenti ti ritrovi in una situazione di emergenza che è identica a quella che abbiamo anche in campo medico: non è che mancano medici, ma mancano medici specializzati. E allora la vera domanda è questa: perché non si programma? Siamo alla 18esima legislatura. Negli ultimi 4 anni di legislatura abbiamo avuto 4 ministri dell’Istruzione diversi. Non puoi governare così. Puoi avere tutta la buona volontà di questo mondo, ma se dopo qualche mese si cambia ministro viene annullato tutto quello che è stato fatto prima. E questo prezzo lo pagano i cittadini e se avessi un figlio – cosa che voglio – mi ritroverei nella stessa situazione in cui si trovano tutti i genitori. Un sistema così non può funzionare, i ministri non possono fare i ministri per un anno, anzi, per qualche mese, perché in così poco tempo non ce la fai a cambiare le cose.

Questo è un problema che va al di là del suo Ministero specifico, ma che è proprio una caratteristica dei governi e della politica italiana in generale.

Sì, e questo ci danneggia molto anche rispetto al resto del mondo. All’estero i governi sono molto più solidi, non cadono ogni anno, quindi possono programmare e fare un po’ meglio per le proprie nazioni.

A proposito di cambio di governo, come giudica l’operato del suo successore, il ministro Bianchi?

Ho parlato del ministro Bianchi nel libro. Lui era a capo della commissione che avrebbe dovuto aiutarmi a riaprire le scuole. È una persona molto teorica. Io mi sono trovata in difficoltà con lui perché quando faceva parte del comitato mi disse che avrei potuto riaprire le scuole a settembre solo se avessi messo tra i 12 e i 15 alunni per classe. Un’operazione impossibile da fare in tre mesi, perché io ho ereditato una scuola che era stata saccheggiata negli anni, aveva subito solo tagli. Non si possono trovare migliaia di aule e di insegnanti da un giorno all’altro. Noi abbiamo fatto tantissimo ricavando 40mila aule in tre mesi e mettendo 70mila persone in più a lavorare. Quelle teorie che Bianchi aveva avrebbe potuto realizzarle quando è diventato ministro, se non fossero state, appunto, solo teorie. Invece improvvisamente a settembre di quest’anno ha detto che le classi pollaio in Italia non esistono, che rappresentano il 3% delle classi. Per lui le classi pollaio sono quelle con più di 26 alunni. E allora c’è qualcosa che non torna: a me dicevi che dovevano essere tra i 12 e i 15 alunni, adesso vanno bene fino a 26. Da insegnante, dico che è davvero difficile insegnare in classi così numerosi. I ragazzi sono tutti diversi, ognuno ha le sue esigenze. Ci sono ragazzi con disabilità, i DSA, i BES. Ognuno ha bisogno di una didattica personalizzata se non vuoi perderli per strada, come spesso accade. La dispersione scolastica che abbiamo in Italia non è casuale: è dovuta al fatto che non riusciamo a prestare la dovuta attenzione a ogni studente. Ognuno di loro è un microcosmo, una monade, e non puoi avere un insegnante che spiega a tutti. Non è colpa dell’insegnante, perché se ha così tanti alunni in classe non può fare altrimenti. Quindi il problema delle classi sovraffollate si risolve avendo edifici in più, aule in più, e in questo il PNRR è fondamentale. Ho fatto una lotta enorme per avere 30 miliardi in più per la scuola quindi ora spero che questi soldi vengano usati per costruire scuole nuove e per mettere a posto quelle già esistenti. Poi bisogna investire sul personale scolastico. Dico “investire” perché, appunto, non è una spesa ma un investimento. Pensare di avere più insegnanti per classi, perché poi gli studenti che ti perdi per strada non li recuperi più, sono i NEET, i giovani che non lavorano e non studiano, e allora sì che diventano un costo per lo Stato. Sono ragazzi che a quell’età dovrebbero avere le energie per fare qualsiasi cosa e invece non fanno nulla.

Dall’altra parte, poi, ci sono giovani potenziali insegnanti che faticano a ottenere una cattedra, che avrebbero la volontà di seguire gli alunni e di formarli in modo corretto ma che non riescono ad accedere alle graduatorie.

Esatto.

Abbiamo già un po’ parlato del libro, “La vita insegna”. Cosa l’ha spinta a scriverlo?

Mi ha spinto a scriverlo la voglia di dire la mia verità e di raccontare la scuola che sogno. Poi ho capito, man mano, che scrivendo di scuola scrivevo di me, che non potevo fare a meno che questo libro fosse in parte autobiografico. Io amo così tanto la scuola perché io alla scuola devo tutto quanto. Nel momento in cui nasci in una famiglia molto umile, dove i tuoi genitori non hanno studiato, senza la scuola il tuo destino sarà necessariamente più infelice di quello che potrebbe essere invece con degli studi alle spalle. Per me è stato così. Senza la scuola, direbbe Hegel, avremmo una notte in cui tutte le vacche sono nere. La mia storia è la storia di tanti ragazzi, di tante donne che con la valigia vuota partono dal Sud Italia. Ho subìto tanti pregiudizi anche perché sono una donna del Meridione. All’inizio qui a Biella, dove vivo da dieci anni, alcuni politici della Lega mi dicevano: “Ma cosa ci sei venuta a fare qui? Voi siciliani non volete lavorare”. Io rispondevo che ho fatto mille chilometri per andare a lavorare, proprio perché dopo aver ottenuto la laurea e l’abilitazione per insegnare Storia e Filosofia ho capito che o mi spostavo dalla Sicilia o non avrei lavorato, quindi avrei di fatto annientato gli studi fatti. Se una persona si sposta per lavorare non è perché vuole rubare il posto a qualcuno, ma semplicemente perché nella terra in cui sei nato, per quanto tu la possa amare – io amo la Sicilia, amo la mia Siracusa – il lavoro per me non c’era. Raccontare questa storia in questo libro è una forma di riscatto sociale. Tante persone, soprattutto donne del Sud, che lo stanno leggendo in questi giorni si ritrovano nelle mie parole perché è la storia di tanti. C’è mancato poco che me ne andassi addirittura all’estero. Ho voluto spiegare alle giovani donne, in particolare, che studiare ti rende libera, ti permette di dire di no, di non essere ricattabile rispetto a tante storie che purtroppo anche in Italia noi sentiamo tutti i giorni.

Il paradosso è che in Italia le donne sono mediamente più istruite, hanno voti migliori dei compagni maschi e poi invece una volta entrate nel mondo del lavoro si ritrovano, come dicevamo prima, con un salario più basso o mansioni di un livello inferiore.

O, ancora, sono costrette a scegliere tra il lavoro e la famiglia perché non ci sono asili nido in grado di ospitare tutti i bambini. Questo è un altro problema, che spero possa trovare una soluzione con in PNRR. Non si può chiedere nel 2021 a una donna di scegliere se lavorare o fare la mamma. Siamo fuori dal mondo, non esiste.

Io ho 28 anni. Tra le mie coetanee spesso ci sono discussioni su quando sia meglio fare un figlio, se farlo ora che sei ancora giovane e agli inizi o se aspettare di essere all’apice della carriera per rischiare meno di essere lasciata a casa. Il fatto che ancora la mia generazione si ponga queste domande è significativo, vuol dire che il problema c’è, esiste e va affrontato.

È così, è verissimo. Il problema esiste eccome.

Per concludere, nessuno ha la sfera di cristallo ma le chiedo una sua opinione: con l’aumento (ormai innegabile) dei contagi, le scuole chiuderanno e torneremo in DAD o riusciremo a mantenere la didattica in presenza?

Purtroppo in questo caso non si tratta di opinione ma di fatti, nel senso che in queste ultime settimane tantissime classi sono già tornate in DAD. Ho letto – e già mi sono scagliata contro questa notizia – che la regione Campania vorrebbe chiudere le scuole di tutta la regione [notizia poi smentita dal governatore Vincenzo De Luca, ndr] per poi riaprirle, forse, a gennaio al ritorno delle vacanze, dicendo che tanto a due settimane dal Natale chiudere le scuole non è grave. Io lo trovo davvero sbagliato, l’ho detto già l’anno scorso da ministra ma i cittadini facevano fatica a capirlo. Il dramma della governance della scuola, secondo quanto stabilito dall’articolo quinto della Costituzione, è che il ministro dell’Istruzione non ha il potere né di aprire né di chiudere le scuola. Può farlo invece il presidente di provincia, di regione e il sindaco. Quindi io l’anno scorso avevo le mani legate e quest’anno sto assistendo alla stessa dinamica, anche a Milano, non soltanto in Campania. Le motivazioni sono diverse. Qualcuno potrebbe dire: ma come, oggi ci sono i vaccini? Intanto i vaccini sono previsti dai 12 anni in su [dalla data di registrazione di questa intervista a oggi è stata approvata dall’Aifa anche la vaccinazione contro il Covid per la fascia 5-11, ndr] ma quest’anno a settembre il Ministero dell’Istruzione il metro di distanziamento, che con me era assolutamente obbligatorio, è diventato solo raccomandato e hanno concentrato nelle classi un numero di studenti troppo elevato. Così, per la voglia di non fare la DAD, si sta facendo tanta DAD perché i contagi all’interno delle scuole ci sono e il Ministero non fornisce questi dati. Sono state fatte delle richieste al Ministero che sono state ignorate.

Qual è, secondo lei, il motivo di questa mancata trasparenza?

Perché hanno detto che per loro il monitoraggio non è un cosa obbligatoria, come invece avevamo voluto noi l’anno scorso. I dirigenti scolastici spesso neanche rispondono quindi i dati, anche quando ci sono, sono molto parziali, per questo non vogliono fornirli ai giornalisti. L’anno scorso abbiamo avuto grosse difficoltà con le ASL perché non ci fornivano i dati relativi alle scuole. Quindi non ho potuto fare altro che chiedere i dati direttamente ai dirigenti scolastici, anche se non era un loro compito. Quest’anno questa cosa è venuta a mancare.

Quali sono le sue attività oggi, lasciato il Ministero?

Io ora sono contenta perché, pur non essendo più ministro dell’Istruzione, sto ricevendo il riconoscimento di tante scuole nelle quali mi reco. Parlo molto con gli studenti e questo mi rende molto felice. Ho fatto il ministro in un periodo in cui ho potuto visitare le scuole solo d’estate, tra agosto e settembre. Oggi mi sto rifacendo. Naturalmente poi c’è il mio lavoro alla Camera dei Deputati.

Che feedback sta ricevendo dagli studenti?

Dipende quali studenti. I bambini sono molto affettuosi, addirittura mi riconoscono per strada e vogliono fare le foto insieme ai genitori. È una cosa incredibile perché normalmente i bimbi non conoscono i ministri. Gli adolescenti normalmente sono molto diffidenti e questo è normale, perché i ragazzi della loro età sono quelli che hanno sofferto di più durante la pandemia, i più sacrificati. Dopodiché io mi sottopongo a un fuoco di almeno un’ora e mezza di fila di domande da parte loro, rispondendo con molta sincerità, e solo allora si sciolgono. L’ultima volta sono stata a Sassari, mi hanno mandato i baci e alla fine tutti hanno voluto fare un selfie con me. Sembra banale, ma vuol dire che quando c’è il dialogo, quando c’è confronto e ci si guarda negli occhi le cose cambiano. Odiare da vicino, guadandosi negli occhi – cosa che per molto tempo non abbiamo potuto fare – è molto più difficile che dietro una tastiera, bombardati da fake news.

C’è stata anche qualche contestazione da parte degli studenti?

Adesso o quando ero ministro?

Adesso che sta girando per le scuole.

No, assolutamente, sono contentissimi. Anzi, sono molto affettuosi e questo è il riconoscimento più bello.

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