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Meloni si affaccia sull’abisso e condanna il fascismo, ora le resta solo di ricusare i fascisti

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Per Giorgia Meloni oggi non è un problema di scheletri nell’armadio, ma di carne ed ossa sulle poltrone.

Se c’è un cardine maestro sul quale il discorso con cui Giorgia Meloni ha chiesto la fiducia alla Camera era imperniato quello era il fascismo. Ebbene sì, malgrado il pragmatismo emergenziale di un’epoca in cui l’Italia ha dovuto mettere in fascia cadetta le questioni di polpa etica, dalla nuova premier ci si aspettava esattamente quello, una sorta di “abiura formale”.

Che cioè la Meloni sparasse via nella soffitta degli equivoci sanati il “peccato originale” di essere leader di un partito che vive ed opera nella democrazia ma che sopravviveva e per parte ancor oggi si auto compiace nella mistica di un periodo in cui la democrazia la ammazzarono assieme a tanta gente.

E Giorgia Meloni, a cui non fa difetto l’intelligenza, lo ha capito fin da subito che quello di oggi a Montecitorio era il momento buon per dirla tutta e dirla forte, forte ma non fortissima, perché per lei oggi non è un problema di scheletri nell’armadio, ma di carne ed ossa sulle poltrone.

Riassumiamo in pillole senza cadere nell’errore del sensazionalismo e senza prendere l’inciampo delle letture minimal, sono entrambe nocive, sia chiaro.

Meloni ha: definito il fascismo un totalitarismo che non le sta simpatico perché per lei l’Europa è impalcata su libertà e democrazia; definito le legge razziali “il punto più basso della storia italiana, una vergogna che segnerà il nostro popolo per sempre”.

Attenzione al lessico ed alla sfumatura, e non per fare le pulci ad una leader che si è barcamenata in maniera ottima fra necessità e genuino afflato, ma per disegnare i prossimi passi che alla Meloni toccherà fare.

La premier ha definito i totalitarismi come fenomeni storici che non le hanno mai suscitato “simpatia” ed ai quali non è mai stata in vincolo di “vicinanza”.

Qui la premier non ha forzato ma è stata netta ed ha volutamente portato il discorso sul suo personale afflato, evitando di usare termini netti di stroncatura che l’avrebbero fatta apparire come ipocrita. Poi la nicchia storica da cui far partire la condanna: non il fascismo come fenomeno storico onnicomprensivo, non i pestaggi, gli esili, le scellerata guerra, non l’abolizione delle libertà e non il delitto Matteotti, che ebbe genesi proprio dove le parole di Meloni hanno fatto il giro dell’emiciclo.

No, Meloni ha scattato la foto in cui si rifugia ogni persona che condanna il fascismo ma che tuttavia è ancora in noviziato di antifascismo genuino: le leggi razziali che del Ventennio italiano furono il punto di arrivo dell’abiezione, fase aberrantissima ma fase. In pratica è un po’ come condannare lo stupro in sé come fenomeno massivo e totalizzante dimenticando la mano sulle chiappe.

Ma cosa ha impedito a Meloni di essere nevrilmente più tranchant? Il draghismo di maniera che implica sempre un approccio lucido e mai lo sturm und drang della filippica flagellante? Magari sì. Il bisogno di equilibrare una sorta di “transizione ideologica” con affermazioni nette ma in predicato di “dilla tutta e dilla meglio? Di certo anche. E tuttavia il vero perché sulla scorta del quale la condanna di Giorgia Meloni del fascismo è stata netta ma non del tutto liberatoria non ha i refoli concettuali di un approccio step by step ad una questione complessa, ma la polpa e la carne di quelli che nel sistema complesso con cui Meloni guiderà l’Italia sono donne e uomini chiave.

La premier ha parlato anche per loro ma loro e le loro parole pesano molto più della levità per procura che hanno ricevuto. Come si fa a ricusare il fascismo quando in squadra ci sono ministre come la Santanchè che dell’essere fascista fece punto di orgoglio? Come pretendere di far pace con la storia se la “metamorfosi” di uno come Ignazio la Russa è in atto ma non è ancora compiuta?

Ecco perché Meloni, che è intelligente, ha capito che bisognava “rateizzare” la condanna di un orrore che fu, perché nei mesi che saranno lei dovrà agire in sincrono con persone che quell’orrore lo hanno sconfessato, ma non tanto da lasciare un margine netto e senza macchie al loro diritto di ricominciare.

Senza totem, gagliardetti o capoccioni.

E senza equivoci.