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Morte Domenico Caliendo, richiesta di risarcimento dalla famiglia: arriva la replica del Monaldi

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La famiglia del piccolo Domenico avanza richiesta di risarcimento mentre si apre il confronto con la struttura: scambio di accuse tra l’avvocato Petruzzi e il Monaldi.

La vicenda della morte di Domenico Caliendo, avvenuta all’ospedale Monaldi di Napoli dopo un trapianto di cuore non riuscito, ha aperto un doppio fronte giudiziario, penale e civile. La famiglia del bambino ha infatti avanzato una richiesta di risarcimento da 3 milioni di euro, cercando inizialmente un accordo stragiudiziale. Tuttavia, secondo il legale, dalla struttura sanitaria non sarebbe arrivata alcuna risposta, alimentando ulteriori tensioni tra le parti e portando la questione anche sul piano pubblico.

Morte Domenico Caliendo, la famiglia chiede 3 milioni di euro di risarcimento

Dopo la morte di Domenico Caliendo, avvenuta il 21 febbraio presso l’Ospedale Monaldi di Napoli in seguito al fallimento del trapianto di cuore eseguito il 23 dicembre, la vicenda ha assunto anche una dimensione civile oltre a quella penale già in corso. La famiglia ha avanzato una richiesta di risarcimento pari a 3 milioni di euro, tentando inizialmente una soluzione extragiudiziale per evitare un lungo e complesso contenzioso. Tuttavia, secondo quanto riferito dal legale Francesco Petruzzi a Fanpage, dalla struttura sanitaria non sarebbe mai giunta alcuna risposta.

Nella lettera dell’avvocato si legge: “Scrivo nell’interesse della famiglia Caliendo Mercolino. Lo faccio perché ciò che questa famiglia sta subendo — anche ora, anche dopo la morte di Domenico — non può restare confinato nelle aule di giustizia. Deve essere conosciuto“. Il focus non riguarda “il merito del procedimento penale in corso”, bensì il comportamento della dirigenza del Monaldi verso i genitori di un bambino che non c’è più“. La proposta inviata all’Azienda Ospedaliera dei Colli era stata presentata come un tentativo di confronto: “Una proposta di dialogo, non una dichiarazione di guerra. Un invito a sedersi attorno a un tavolo, nel rispetto della dignità delle parti“, con l’obiettivo dichiarato di “evitare l’ulteriore devastazione psicologica di un giudizio civile sovrapposto al procedimento penale“. Petruzzi sottolinea inoltre come l’iniziativa non prevedesse neppure una formale messa in mora, ma si configurasse come un’apertura volontaria alla composizione bonaria.

Secondo la ricostruzione della difesa, però, la comunicazione sarebbe rimasta priva di riscontro: “Il Monaldi non ha risposto. Non ha risposto con un diniego motivato. Non ha risposto con una controproposta. Non ha risposto con un semplice atto di accuse ricevute. Ha semplicemente eliso la comunicazione, come se quella pec non fosse mai stata trasmessa, come se la famiglia Caliendo Mercolino non esistesse“. Un atteggiamento che, per il legale, si inserisce in un quadro più ampio già emerso durante la gestione clinica, descritto come segnato da criticità relazionali e comunicative: “pattern comunicativo totalmente carente, privo di linearità e del tutto alieno a qualsivoglia forma di umanità si sta purtroppo protraendo anche ora che Domenico non è più in vita», e ancora “indifferente, opaco, istituzionalmente sordo“.

Nel documento emerge anche un passaggio in cui la famiglia rivendica il proprio diritto a richiedere il risarcimento senza stigma: “La famiglia Caliendo Mercolino sente il dovere di dichiarare pubblicamente di non avere il benché minimo motivo di vergognarsi per aver avanzato una richiesta risarcitoria. Non vi è nulla di cui vergognarsi. E ancora: “Quella pecuniaria non è, né potrà mai essere, giustizia. Non lenisce il dolore. Non riconsegna Domenico ai suoi genitori“. Il risarcimento viene definito come “un diritto autonomo“, che spetta alle vittime di errori sanitari “indipendentemente dall’esito del procedimento penale“, mentre il rifiuto del dialogo viene interpretato come una ulteriore sottrazione di diritti.

La lettera si sofferma anche sul piano simbolico e sul contesto delle relazioni tra le parti: “Nel medesimo periodo nel quale l’Azienda sceglieva il silenzio sulla proposta di componimento stragiudiziale, la dirigenza del Monaldi si faceva viva per invitarli a piantare un albero. Un albero“, un gesto che, secondo la difesa, è stato accolto con sgomento e percepito come “un’operazione di maquillage istituzionale“, priva di reale sostanza.

Parallelamente, la famiglia viene descritta come intenzionata a ottenere chiarezza e responsabilità: La sua famiglia merita giustizia, risarcimento e il rispetto istituzionale minimo che ogni vittima ha diritto di ricevere. Non un albero. Giustizia“.

Morte Domenico Caliendo, la famiglia chiede 3 milioni di euro di risarcimento: la replica del Monaldi

Sul versante opposto, l’Azienda Ospedaliera dei Colli, tramite la direttrice generale Anna Iervolino, ha ribadito che la proposta ricevuta sarebbe stata “espressamente qualificata come riservata” e contenente una richiesta formulata in termini dichiaratamente non negoziabili“. Per questo motivo, viene evidenziato che “la valutazione della richiesta risarcitoria impone lo svolgimento di approfondite valutazioni tecnico-legali” che non possono essere vincolate da condizioni unilaterali.

L’ente respinge inoltre l’idea di un mancato confronto, sostenendo che siano già stati avviati contatti per organizzare un incontro e che l’intero percorso debba svolgersi nel rispetto delle procedure e dell’interesse pubblico: “Non può pertanto parlarsi di mancata apertura di una trattativa, in assenza di un effettivo spazio negoziale nella proposta ricevuta. Sorprende, inoltre, che una comunicazione qualificata come strettamente riservata venga oggi utilizzata in sede pubblica, con modalità che non appaiono coerenti con la natura dell’interlocuzione stragiudiziale e che non favoriscono un confronto sereno nelle sedi proprie con l’avvocatura dell’Azienda. Solo martedì 24 marzo è pervenuta una richiesta di incontro della controparte, che l’Ufficio Legale ha immediatamente preso in carico, avviando le necessarie attività organizzative“.

La struttura ha sottolineato che l’iniziativa sarebbe stata preceduta da una evidente strategia di esposizione mediatica della vicenda, che rischierebbe di sovrapporre il piano della comunicazione a quello, distinto, del corretto confronto tecnico-giuridico. Ha precisato inoltre che il percorso transattivo si sta svolgendo nel rispetto delle procedure e delle norme a tutela dell’interesse pubblico, secondo l’istruttoria degli uffici competenti.

È stato chiarito anche che la piantumazione dell’ulivo rappresenta un’iniziativa maturata spontaneamente dal personale dell’Azienda e che è stata apprezzata dalla signora Patrizia e dal signor Antonio, i quali avrebbero ribadito di non nutrire sentimenti di rancore nei confronti dei medici e degli infermieri, pur continuando a chiedere giustizia per quanto accaduto. L’Azienda ha infine ribadito di condividere tale richiesta di giustizia, dichiarando di sostenerla con determinazione.