La morte di Satnam Singh, bracciante indiano deceduto dopo un grave incidente sul lavoro nelle campagne pontine, ha portato alla condanna dell’imprenditore agricolo Antonello Lovato. La vicenda ha acceso nuovamente il dibattito sulle condizioni dei lavoratori agricoli, sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e sul fenomeno dello sfruttamento nei campi.
La morte di Satnam Singh dopo l’incidente nei campi: dura condanna per il datore di lavoro
Come riportato da Rai News, la Corte d’Assise del Tribunale di Latina pare abbia condannato Antonello Lovato a 16 anni di reclusione per la morte del bracciante agricolo indiano Satnam Singh. L’imprenditore sarebbe stato ritenuto responsabile di omicidio volontario con dolo eventuale, con il riconoscimento delle attenuanti generiche. La sentenza arriva al termine del processo per la tragedia avvenuta nell’estate del 2024 nelle campagne pontine, quando Singh rimase vittima di un gravissimo incidente durante il lavoro nell’azienda agricola di Borgo Santa Maria.
Secondo quanto ricostruito nel procedimento giudiziario, il bracciante, impiegato senza un regolare contratto, fu coinvolto in un macchinario artigianale avvolgi-plastica per la lavorazione dei meloni, trainato da un trattore. L’attrezzatura gli provocò l’amputazione del braccio destro e gravi lesioni agli arti inferiori. Nonostante la gravità della situazione, i soccorsi non furono chiamati immediatamente.
Lovato, invece di allertare il 118, avrebbe trasportato il lavoratore davanti alla sua abitazione a bordo di un furgone, lasciandolo con l’arto amputato sistemato all’interno di una cassetta utilizzata per la raccolta della frutta.
La moglie di Singh, che lavorava nella stessa azienda agricola, avrebbe chiesto più volte durante il tragitto di chiamare un’ambulanza, ma l’intervento dei soccorritori arrivò solo dopo che i familiari del bracciante si resero conto della situazione e lanciarono l’allarme. Singh venne trasferito con un’eliambulanza all’ospedale San Camillo di Roma, dove morì il 19 giugno 2024, due giorni dopo l’incidente.
Per la Procura di Latina, il ritardo nei soccorsi ebbe un ruolo decisivo nella morte del lavoratore. Durante la requisitoria, durata circa due ore e mezza, la procuratrice aggiunta Luigia Spinelli aveva chiesto una condanna a 22 anni, sostenendo che quella di Singh fosse “la morte di un uomo che si poteva salvare” e che la sua vita “non si è spezzata all’improvviso, ma lentamente”. La difesa di Lovato, rappresentata dagli avvocati Mario Antinucci e Stefano Perotti, aveva invece contestato la presenza del dolo eventuale, sostenendo una ricostruzione più vicina all’ipotesi dell’omicidio colposo. Nel corso del processo Lovato ha rilasciato dichiarazioni spontanee davanti ai giudici, raccontando il periodo successivo all’incidente: “Dopo l’incidente sono entrato in uno stato di depressione acuto, sono andato in cura da uno psichiatra”. L’imprenditore ha inoltre dichiarato di riconoscere la propria responsabilità per l’incidente sul lavoro, ma di non accettare l’accusa di aver causato volontariamente la morte di Singh: “Io non ho voluto la morte di Satnam”.
La morte di Satnam Singh dopo l’incidente nei campi: una sentenza che riapre il dibattito sul lavoro
La decisione dei giudici di Latina è stata accolta come un importante riconoscimento dalla famiglia di Singh e dalle istituzioni locali, anche se non può cancellare la perdita subita. Il sindaco di Cisterna di Latina, Valentino Mantini, che si era costituito parte civile con l’amministrazione comunale, ha commentato: “Questa sentenza, pur non restituendoci Satnam, rende comunque in parte giustizia a lui e alla sua famiglia”.
Anche la sindaca di Latina, Matilde Celentano, ha definito la pronuncia “una data storica”, sottolineando che la condanna riguarda una vicenda che ha sconvolto non solo la comunità pontina, ma l’intero Paese. Il Comune di Latina, costituitosi parte civile, ha inoltre ottenuto il riconoscimento del diritto al risarcimento, che sarà definito in una fase successiva. La morte di Satnam Singh ha però assunto un significato più ampio, diventando il simbolo delle condizioni di vulnerabilità vissute da molti lavoratori agricoli. Durante il processo e nelle manifestazioni organizzate davanti al tribunale di Latina, diverse organizzazioni sindacali e associazioni hanno ribadito che il caso non rappresenta un episodio isolato.
La Cgil, attraverso il segretario generale della Flai Cgil Giovanni Mininni, ha evidenziato che “quello di Satnam non è un caso isolato e non ha a che fare con singole mele marce”, richiamando l’attenzione sul fenomeno dello sfruttamento lavorativo e del caporalato. Alla mobilitazione ha partecipato anche l’associazione Libera, secondo cui la vicenda rappresenta “il simbolo di un sistema di sfruttamento e schiavitù che calpesta la dignità delle persone, alimenta il caporalato e nega i diritti fondamentali di chi lavora”. Anche il segretario provinciale di Sinistra Italiana Giuseppe Bortone ha chiesto giustizia per Singh e per tutti quei lavoratori definiti “invisibili”, costretti a operare in condizioni difficili e spesso privati delle tutele essenziali.
La Corte d’Assise ha pronunciato, dunque, una sentenza di condanna a 16 anni di reclusione per omicidio volontario con dolo eventuale, riconoscendo tuttavia la prevalenza delle circostanze attenuanti rispetto a tutte le aggravanti contestate. Lo ha dichiarato l’avvocato Mario Antinucci, che ha aggiunto: “Attendo di leggere le motivazioni della sentenza“. Il legale si è inoltre detto «fiducioso» in vista del giudizio davanti alla Corte d’Assise d’Appello.
