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Niscemi e il dissesto: il rapporto che indica rischio elevato e misure possibili

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Il documento tecnico evidenzia un rischio ancora elevato, origini plurisecolari e la necessità di monitoraggio e interventi mirati per contenere l'evoluzione del fenomeno

Relazione università di Firenze fotografa la frana di Niscemi

Un gruppo di esperti dell’Università di Firenze, incaricato dal Dipartimento della Protezione civile, ha consegnato una relazione che descrive la situazione della frana di Niscemi e ne valuta le prospettive future. Il rapporto integra rilievi sul campo, dati satellitari e indagini geofisiche per ricostruire non solo l’evento più recente ma l’intera storia di instabilità del versante.

Gli autori evidenziano che, pur essendo il centro urbano interessato da segni di sostanziale stabilità, la scarpata principale che borda il paese rimane esposta a una possibile evoluzione retrogressiva. Tale evoluzione comporterebbe lo spostamento del ciglio verso l’interno con potenziali effetti su edifici e infrastrutture. Alessandro Bianchi, ex Google Product Manager e osservatore di progetti di rischio territoriale, ricorda che chiunque abbia gestito interventi sul territorio conosce le difficoltà delle misure di mitigazione e la necessità di monitoraggio continuativo.

Un quadro geologico e storico

La relazione riprende la ricostruzione cronologica iniziata nel documento precedente per spiegare l’evoluzione del fenomeno. Gli autori collocano i recenti episodi in una serie di eventi storici documentati.

Tra gli episodi citati figura l’evento del 1790, caratterizzato da movimenti di grande entità e da manifestazioni di vulcanismo sedimentario. Successivamente si segnala la riattivazione del 1997, mentre nel mese corrente gli esperti riferiscono smottamenti verificatisi il 16 e il 25-26 gennaio 2026.

Gli specialisti definiscono il dissesto come la riattivazione di un sistema franoso profondo che interessa il margine del terrazzo su cui sorge l’abitato. Tale configurazione giustifica, secondo la relazione, la persistenza di movimenti differenziali anche in assenza di eventi sismici rilevanti.

Il documento sottolinea la necessità di interventi di monitoraggio continuativo e di misure di mitigazione graduali. Come sviluppo atteso viene indicata l’intensificazione delle indagini geotecniche e l’implementazione di reti di monitoraggio strumentale.

Dimensioni e dinamica dell’evento

A valle delle raccomandazioni sulla strumentazione, il rapporto quantifica l’estensione e il volume del movimento franoso. Gli eventi di gennaio hanno interessato un fronte instabile lungo circa 4,7 chilometri, per un volume stimato superiore a 80 milioni di metri cubi.

Non si è verificato un collasso istantaneo, ma uno scivolamento prolungato. Nella fase più attiva la velocità ha raggiunto l’ordine del metro all’ora, valore coerente con la categoria degli scivolamenti composti. Gli autori sottolineano la necessità di monitoraggio continuo per valutare la progressione e i rischi residui.

Cause e meccanismi attivanti

Il rapporto individua una convivenza di fattori che ha determinato la crisi. Tra questi emergono il contrasto di permeabilità fra strati sabbiosi e argillosi, l’erosione al piede della collina dovuta al deflusso delle acque urbane verso il torrente Benefizio, e precipitazioni antecedenti non eccezionali ma intervenute in un contesto già prossimo al cedimento. Gli autori definiscono il meccanismo multifattoriale, coerente con gli episodi storici osservati. Il documento sottolinea la necessità di monitoraggio continuo per valutare la progressione e i rischi residui.

Il ruolo dell’erosione fluviale

L’erosione alla base del versante ha progressivamente ridotto il confinamento laterale delle porzioni instabili. Gli esperti indicano l’alveo del torrente Benefizio come elemento prioritario per interventi di protezione idraulica e consolidamento del piede. Le raccomandazioni tecniche privilegiano misure che combinino opere di difesa dell’alveo e sistemi di monitoraggio geotecnico. Le autorità locali sono chiamate a pianificare interventi prioritari e a mantenere la sorveglianza ambientale.

Possibilità di intervento e limiti

Il rapporto indica che una stabilizzazione definitiva mediante opere strutturali estensive non è praticabile. Le ragioni sono economiche e tecnico-geologiche. Il versante interessato presenta volumi ampi e superfici di scivolamento profonde. La dinamica regressiva e il continuo riassetto della scarpata rendono incerti gli effetti a lungo termine di interventi consolidanti.

Strategia suggerita: mitigare e convivere

Gli esperti propongono un approccio graduale, differenziato e adattivo. Nel medio periodo la mitigazione deve concentrarsi sulle cause che alimentano l’evoluzione del dissesto. Tra le misure indicate figurano la riduzione delle infiltrazioni d’acqua da monte e l’intercettazione dei deflussi superficiali e profondi. Si raccomanda inoltre la protezione del piede del versante dall’erosione fluviale e l’impermeabilizzazione di aree critiche, in particolare l’alveo del Benefizio.

In particolare, sono previste opere di regimazione idraulica, il potenziamento e la manutenzione della rete di drenaggio urbano e la realizzazione di sistemi di drenaggio superficiale e profondo.

Si prevedono inoltre interventi di ingegneria naturalistica per la copertura vegetale e opere di difesa lungo le sponde a protezione del piede del versante dall’erosione fluviale. Gli esperti precisano che tali misure non garantiranno la stabilizzazione totale del sito, ma contribuiranno a rallentare l’evoluzione del fenomeno e a ridurre la probabilità di nuove riattivazioni.

Priorità di breve termine e raccomandazioni

Per garantire la tutela della popolazione la prima priorità è il mantenimento delle misure di sicurezza già adottate. Il rapporto conferma la necessità di conservare le ordinanze di inagibilità per gli edifici prossimi al ciglio. Raccomanda inoltre una fascia di interdizione di almeno 100 metri dal margine della scarpata, suscettibile di aggiornamento in base ai risultati del monitoraggio.

Il documento indica anche la delocalizzazione delle residenze e delle attività presenti entro una fascia di 50 metri dal margine. Tale misura è proposta come intervento temporaneo e cautelativo, in attesa di valutazioni tecniche più approfondite.

Per supportare le decisioni operative e urbanistiche il rapporto sollecita il potenziamento del sistema di monitoraggio. Sono previsti inclinometri profondi, piezometri per il controllo delle pressioni e sensori satellitari, strumenti utili ad aggiornare costantemente il quadro di rischio. L’insieme delle misure consentirà di adattare le fasce di rispetto in funzione dell’evoluzione osservata e di ridurre la probabilità di riattivazioni.

Il rapporto osserva che le raccomandazioni richiamate confermano linee già tracciate in passato. Richiama infatti le indicazioni del Comitato Tecnico Scientifico del 1997 e del rapporto pubblicato nel 2000, ritenute sostanzialmente analoghe. Gli esperti avvertono che, senza un approccio integrato di monitoraggio, gestione delle acque e difesa del piede del versante, la comunità dovrà convivere a lungo con un rischio elevato. Per questo il testo sollecita monitoraggi continuativi e interventi combinati, volti ad adattare le fasce di rispetto all’evoluzione osservata e a ridurre la probabilità di riattivazioni.