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L’opinione di Francesco Oggiano

Cosa manca alle sardine per durare nel tempo?

Le Sardine sono il primo movimento a manifestare contro l’opposizione e mancano di qualcosa: un obiettivo, un programma o, almeno, una richiesta.

Sardine a Rimini

Un antico proverbio greco dice che “se non c’è carne, bisogna accontentarsi delle sardine”. Nella dispensa della sinistra, priva persino di un piatto di seconda scelta, le sardine rappresentano la portata principale. Destinata forse a scadere presto. La loro «identità» fondante – e loro sperano sfondante – è l’opposizione a Matteo Salvini, al suo linguaggio e al suo programma considerato populista.

Con quella, i suoi quattro promotori hanno riunito 15 mila persone in piazza a Bologna e centinaia di migliaia in tutta Italia nei giorni successivi. Hanno creato decine di gruppi su Facebook e una pagina hub che raccoglie oltre 200 mila persone. Hanno raccolto l’ironia di Salvini (che ha risposto postando foto di gattini) e le lodi di quasi tutta la stampa e le televisioni tv italiane (presagio oscuro per quasi ogni passato movimento di società civile).

Hanno scritto persino un manifesto, che inizia più o meno così: “Cari populisti, lo avete capito.

La festa è finita. Per troppo tempo avete tirato la corda dei nostri sentimenti”. Scrivono di “bugie e odio” rovesciate dai populisti sugli italiani, di un risveglio avvenuto in piazza (“È stata energia pura”), di loro che sono “tanti e più forti” dei populisti; proseguono tracciando l’identità un po’ fiabesca della meglio gioventù (“Cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero”), augurandosi “la politica e i politici con la P maiuscola”, e promettendo nuove manifestazioni. E si congedano con con una dichiarazione di sfida: “Noi siamo sardine libere, e adesso ci troverete ovunque”. 3 mila caratteri che fanno più monologo del Gladiatore, che manifesto concreto di intenti.

Cosa manca alle sardine?

Perché è questo il punto: le sardine – movimento a cui qualunque persona dotata di minimo amore per la democrazia non può che augurare un futuro radioso, anche solo per il loro carattere non-violento e antifascista – mancano di qualcosa: un obiettivo, un programma, una misura o una richiesta.

I paragoni con i passati movimenti civili fatti finora non sono dei più lusinghieri e forse corretti.

Per limitarci a quelli del nuovo millennio, le sardine sono state paragonate ai No Global del 2001, che almeno avevo come denominatore comune la critica al neoliberismo. Sono state affiancate ai girotondi morettiani del 2002, che pure erano nati con una rivendicazione ben più chiara e concreta: sostenere i giudici attaccati dall’allora premier Silvio Berlusconi. Sono state equiparate al V-Day del 2007, che però nasceva sulla base di un obiettivo concretissimo (la raccolta firme per l’iniziativa di legge Parlamento Pulito); al Popolo Viola del 2009, che però chiedeva le dimissioni dell’allora premier dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale; al Movimento arancione del 2011, che almeno portò all’elezione di diversi sindaci in alcune città italiane (tra cui Luigi De Magistris e Giuliano Pisapia).

A nulla valgono nemmeno gli accostamenti con i vari movimenti delle piazze di Hong Kong, Santiago o Beirut, che oltre a chiedere azioni precise (dimissioni o ritiro di proposte di legge) si scagliano contro la classe dirigente che in quelle nazioni è al potere.

Le Sardine, invece, sono il primo movimento a manifestare contro l’opposizione. Sono l’opposizione all’opposizione, gli unici movimentisti al mondo che scendono in piazza contro chi il potere non ce l’ha. Facendolo, ci mostrano inconsapevolmente due peculiarità italiane proprie di questi mesi: la percezione da parte degli italiani di chi è veramente protagonista del dibattito politico (a nessuno verrebbe in mente di manifestare contro l’inconsistente Nicola Zingaretti); e l’assoluta mancanza a sinistra di una formazione democratica, credibile e soprattutto sexy che sia capace come loro di mobilitare i cittadini italiani. Forse il loro più grande merito a oggi: averci mostrato l’assenza della «carne».

Pugliese di nascita, milanese d'adozione, giornalista professionista, ha lavorato per due anni ad Affaritaliani.it, poi per nove a Vanity Fair. Scrive tra gli altri per Vanity, Il Fatto Quotidiano, Wired, TheVision e Rivista Studio.


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Poveri pesci, finirete in scatola per il solo fatto di essere di sinistra.


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Francesco Oggiano

Pugliese di nascita, milanese d'adozione, giornalista professionista, ha lavorato per due anni ad Affaritaliani.it, poi per nove a Vanity Fair. Scrive tra gli altri per Vanity, Il Fatto Quotidiano, Wired, TheVision e Rivista Studio.

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