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Primo mese di conflitto: cronaca dell'offensiva Usa-Israele contro l'Iran

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Un'analisi sintetica delle settimane iniziali di guerra che mostra come attacchi mirati, blocchi navali e ritorsioni abbiano alterato equilibri politici, energetici e umanitari

A un mese dall’inizio dell’offensiva congiunta UsaIsraele contro l’Iran, il volto del Medio Oriente appare profondamente cambiato. L’azione iniziata il 28 febbraio ha determinato la morte di figure di vertice, una vasta serie di attacchi a infrastrutture strategiche e una risposta iraniana che ha coinvolto missili, droni e attacchi marittimi. Il bilancio provvisorio indica oltre 1.937 vittime in Iran e perdite rilevanti in altri Paesi della regione, mentre la sicurezza energetica e la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz sono diventate questioni prioritarie per governi e mercati.

Questo articolo ripercorre le quattro settimane iniziali del conflitto, suddividendo gli eventi per fasi e mettendo a fuoco le conseguenze politiche, economiche e umanitarie. L’uso di attacchi mirati che hanno colpito i vertici istituzionali, la reazione di attori non statali come Hezbollah e la serie di frapposizioni diplomatiche illustrano un quadro in rapido mutamento, con rischi concreti di escalation e ripercussioni globali sui prezzi dell’energia e sui mercati finanziari.

Evoluzione militare e bilancio umano

La prima fase dell’operazione ha visto attacchi intensi su obiettivi iraniani, inclusa l’eliminazione della guida suprema Ali Khamenei e di numerosi comandanti di alto profilo, secondo rapporti confermati. In risposta l’Iran ha lanciato centinaia di missile e droni verso Israele e postazioni Usa nella regione, ha temporaneamente bloccato lo Stretto di Hormuz e ha colpito infrastrutture civili ed energetiche. Le ostilità si sono estese al Libano, con l’ingresso di Hezbollah nel conflitto, e hanno provocato gravi perdite civili, tra cui la tragedia della scuola di Minab, dove sono rimaste uccise oltre 170 persone, in massima parte bambini. La decapitazione del potere non ha però prodotto il collasso del regime iraniano.

Prime due settimane: shock iniziale e controffensive

Nelle prime due settimane le forze statunitensi e israeliane hanno intensificato bombardamenti quotidiani, mentre Teheran ha risposto con attacchi diretti e con azioni di alleati regionali. Gli Stati del Golfo hanno condannato le violazioni della loro sovranità e si sono dichiarati neutrali, pur reclamando il diritto di difendersi. Gli Stati Uniti hanno subito perdite, con sei soldati uccisi in un attacco a una base in Kuwait e alcune perdite di velivoli dovute a fuoco amico, secondo comunicati militari. In parallelo, la dinamica mediatica e l’opinione pubblica hanno risposto con scarsa condivisione del sostegno all’azione militare in alcuni Paesi occidentali, complicando la costruzione di una coalizione internazionale stabile.

Settimane successive: colpire l’energia e l’acuirsi della crisi

Con il proseguire degli scontri, il conflitto ha toccato direttamente il settore energetico: episodi di sabotaggio e bombardamenti hanno interessato gasdotti, campi di gas e impianti di liquefazione del gas naturale, tra cui colpi alle infrastrutture in Qatar che hanno ridotto significativamente le esportazioni. Un attacco israeliano a un grande giacimento ha spinto l’Iran a colpire impianti in Qatar e altrove, aggravando ripercussioni sui mercati. La perdita di capacità produttiva, stimata in percentuali rilevanti da società energetiche, ha contribuito alla salita del prezzo del petrolio oltre i 112 dollari al barile e a picchi di costo per i carburanti al dettaglio.

Impatto politico, diplomatico ed economico

Sul piano politico, l’Iran ha nominato Mojtaba Khamenei come nuova guida suprema, in una scelta che ha segnato la volontà del Paese di resistere alle pressioni esterne. Gli Stati Uniti hanno presentato un piano in 15 punti per un possibile cessate il fuoco, ma Teheran lo ha respinto definendolo inaccettabile. Paesi della regione come il Qatar e gli Emirati hanno assunto posizioni più attive per preservare i loro interessi energetici e di sicurezza; nel frattempo attori internazionali hanno lanciato misure come il rilascio straordinario di scorte strategiche per stabilizzare i mercati. La diplomazia è tornata a cercare canali, seppure in un contesto dove la fiducia reciproca è profondamente erosa e le minacce di nuove escalation permangono.

Conseguenze sui mercati e crisi umanitaria

L’impatto economico è immediato e globale: i rincari petroliferi hanno esercitato pressioni sull’inflazione e sui mercati finanziari, con indici azionari che hanno registrato perdite significative. L’Agenzia internazionale dell’energia ha autorizzato rilasci massicci di scorte per mitigare gli shock di fornitura, ma le prospettive restano incerte. Sul fronte umanitario, il Libano è al collasso con oltre 1,2 milioni di sfollati e infrastrutture civili gravemente danneggiate; organizzazioni internazionali avvertono del rischio di una catastrofe se non si garantiscono corridoi e assistenza immediata.

Prospettive e possibili scenari

Il conflitto sta assumendo caratteristiche di guerra prolungata piuttosto che di un’operazione-limitata nel tempo: le condizioni poste dall’Iran per un negoziato includono garanzie sul non ripetersi di attacchi e compensazioni per danni subiti, mentre i Paesi coinvolti continuano a mantenere posizioni rigidamente difensive o di ritorsione. L’eventualità di operazioni di terra, l’espansione dei fronti e la partecipazione di gruppi regionali aumentano la complessità. In assenza di un concreto off-ramp diplomatico e di concessioni reciproche, il rischio è che le conseguenze economiche e umanitarie si aggravino, imponendo una mediazione sostenuta dalla comunità internazionale per evitare un collasso regionale.