Lodi sta vivendo una trasformazione culturale senza precedenti. L’ex Linificio di piazzale Forni, un tempo cittadella del lavoro, sta per diventare un nuovo polo culturale che promette di cambiare il volto della città. I lavori di rigenerazione urbana, finanziati con i fondi Pnrr, sono in dirittura d’arrivo e promettono di restituire alla comunità un’area di 10mila metri quadrati completamente rinnovata.
La cultura non è più un semplice passatempo, ma un vero e proprio motore economico. Questo è il messaggio chiave emerso dal convegno “Cultura, leva per una crescita sostenibile”, tenutosi a Roma presso l’Accademia Nazionale di San Luca. Il dibattito ha evidenziato come la cultura contribuisca in modo significativo al Pil italiano e rappresenti una componente essenziale per la competitività del sistema produttivo.
I lavori di trasformazione dell’ex Linificio
I lavori per la trasformazione dell’ex Linificio di Lodi sono entrati nella fase finale. Attualmente, sono in corso le operazioni per il montaggio di un maxi soppalco in legno che sosterrà la facciata che divide la piazza a cielo aperto. Questa area sarà caratterizzata da ampi spazi verdi e interni moderni.
Inoltre, si sta lavorando alla realizzazione delle resine per la pavimentazione finale e alla posa delle piastrelle nei servizi igienici.
Tra gli ultimi interventi previsti ci sono anche quelli per la conclusione del complesso sistema di impianti che forniranno tutti i servizi necessari al nuovo polo culturale. Una volta completati, questi lavori daranno vita a un centro di gravità permanente per il capoluogo lodigiano, trasformando l’ex cittadella del lavoro in un vero e proprio hub culturale.
La cultura come leva economica
Il convegno “Cultura, leva per una crescita sostenibile” ha riunito esperti di vari settori per discutere del ruolo cruciale della cultura nello sviluppo economico. Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Associazione Italiana Editori, ha sottolineato il legame diretto tra livelli di istruzione, lettura e sviluppo economico. “Cultura e sviluppo vanno insieme”, ha affermato Cipolletta, presentando dati che mostrano come i Paesi con redditi pro capite più elevati abbiano anche livelli più alti di lettura e partecipazione culturale.
In Italia, si vendono circa 100 milioni di libri l’anno, meno di due libri per abitante. Tra i giovani tra 11 e 14 anni, il 79% ha letto almeno un libro non scolastico, mentre la percentuale scende al 58% nella popolazione fino ai 50 anni e al 35% sopra i 70 anni. Cipolletta ha anche evidenziato come il 19% dei laureati non abbia letto nemmeno un libro nell’ultimo anno, sottolineando l’importanza della scuola come principale motore della cultura di un Paese.
Il futuro della cultura e dell’istruzione
Enrico Giovannini, direttore scientifico di Asvis, ha posto l’accento sulla necessità di ripensare il rapporto con il futuro. “Serve cambiare il nostro modo di rapportarci al futuro”, ha detto, introducendo il concetto di “future literacy”, ovvero la capacità di leggere e costruire scenari futuri. Questo nuovo insegnamento entrerà progressivamente nei programmi scolastici dal prossimo anno, con l’obiettivo di rafforzare gli strumenti con cui studenti e cittadini interpretano le trasformazioni in corso.
Francesco Rutelli, presidente del Soft Power Club ed ex sindaco di Roma, ha sottolineato come la cultura sia già oggi una leva concreta di sviluppo urbano. “È un fattore diretto di sviluppo economico”, ha affermato, evidenziando la capacità delle città di attrarre investimenti, turismo qualificato e competenze, incidendo così sulle politiche di competitività territoriale.
Investimenti e impatto economico
L’economista Salvatore Rossi ha inquadrato il tema dentro la trasformazione delle economie avanzate. “La cultura non è un costo o un lusso – ha detto – ma una componente essenziale dello sviluppo economico di lungo periodo”. Nelle economie della conoscenza, il vantaggio competitivo dipende sempre più da capitale umano, innovazione e circolazione delle idee.
Antonella Baldino, amministratrice delegata dell’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale, ha evidenziato la dimensione economica degli investimenti nel settore. “Coesione e competitività sono un binomio inscindibile”, ha detto, sottolineando come ogni euro investito in cultura possa generare fino a tre euro di benefici sociali. Un impatto che si estende anche ai processi di innovazione tecnologica e allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Barbara Tagliaferri, Head of Arts & Culture di Deloitte, ha sottolineato il cambiamento di approccio nella valutazione dei progetti culturali. “La domanda – ha spiegato – non è più se investire in cultura, ma come farlo in modo efficace e misurabile”. Centrale diventa la capacità di costruire modelli di collaborazione tra pubblico e privato orientati all’impatto e alla sostenibilità degli interventi.
Il convegno ha visto anche gli interventi di Simonetta Giordani, segretaria generale dell’Associazione Civita, e Francesco Manganaro, direttore generale della Bcc dei Castelli Romani e Tuscolo. Entrambi hanno sottolineato l’importanza della cultura come leva dello sviluppo economico, capace di generare ricadute stabili sui territori. Marcello Messori ha richiamato le implicazioni dell’intelligenza artificiale generativa, evidenziando la necessità di una solida base culturale per governarne gli effetti.
