Serve almeno un giorno per recuperare le forze e metabolizzare quello a cui abbiamo assistito, qui di seguito la mia particolare visione, molti non saranno d’accordo ma ci tenevo a lasciarvi questi spunti di riflessione partendo da un osservatorio comune, ovvero mi limiterò a raccontare quello che ho visto non i retroscena, le motivazioni per questo o per quest’altro ma solo esclusivamente quello che gli occhi hanno visto e il cervello ha decifrato.
Se dobbiamo valutare Sanremo nel complesso l’ho trovato un grande oppiaceo, una benzodiazepina per esorcizzare i problemi quotidiani, il fatto che il abbia avuto il 60% di share lo colloca in una fascia nazionalpopolare che viene difficilmente raggiunta.
Cosa abbiamo visto, cose simpatiche, altre meno, prima di tutto un immenso fiume pubblicitario che porta proventi a chi già di suo ti fa pagare un canone coattamente nelle bollette della luce, eh ma l’evento costa, si, vero, costano però anche quelli di Netflix e lì io pago solo l’abbonamento. Ho avuto poi la percezione che si dovessero sanare alcune ferite: 1) lo spettacolo per famiglie, a costo di farci venire le carie abbiamo visto delle smielate assurde dedicate al concetto “famiglia” tradizionale ovviamente, dall’invasione delle mamme sul palco a situazioni tipo Raf: la canzone l’ho scritta con mio figlio, nelle cover a ballare c’era mia figlia e da mia moglie (in platea) ho preso l’ispirazione, come dicevo “famiglia”. Tredici Pietro ha cantato con papà e la family D’Alessio contava su figlio (LDA) e nipote (Francesco – Il Direttore d’orchestra). La ferita numero 2) Il ruolo della donna, Conti colpito dal fatto di essere accusato di aver messo poche quote rosa in questo festival ha pensato bene di amplificare il ruolo delle sue co-conduttrici, non ho amato personalmente quella ostentazione della bellezza fatta verso la platea quasi ad anestetizzare ogni carattere, ogni personalità. L’unica che andava a ruota libera pareva essere Laura Pausini che prendeva spazio su tutto, cantando a squarciagola ovunque ne avesse la possibilità. 3) l’ostentazione delle difficoltà e il senso di rivalsa. Molti messaggi mi sono sembrati “dai che ce la fai” vedete, è disabile e canta, vedete è in carrozzella ma ha forza d’animo per finire con vedete, è ipovedente ma va a cavallo, cosa che personalmente non so cosa sia servita, anche qui tutti temi per affascinare l’audience con “eh c’è qualcuno che soffre più di noi”.
Altri due temi meritano un approfondimento a parte, tra quello che è stata la realtà e quello che invece si poteva fare avendo a disposizione tutti quei mezzi. Il primo, la guerra, era nell’aria ma l’escalation è stata veloce e non prevedibile, risultato 5 minuti 5 di dichiarazioni poi “the show must go on” ci rimangono qualche strofa di Ermal Meta, l’esibizione di Dargen con Pupo e qualche “non tocchiamo i bambini”, niente di più. E se invece avessimo fatto saltare Pezzali (personalmente, l’ho trovato inutile se non per lo spot di Costa) e il Suzuki Stage per fare invece una tavola rotonda con gli artisti e farli esprimere, o forse c’è stato il pensiero che il pubblico bue volesse lo spettacolo per essere ancora una volta anestetizzato dalla realtà? Il secondo è il tema dei femminicidi affrontato alle 0.44 con le persone, in sala e a casa ormai esauste e davvero desiderose della fine, quattro chiacchiere con Cecchettin e un videowall dove scorrono i nomi delle povere vittime, tema importante, forse necessitava di un tempo altrettanto importante ma se invece di fare quattro chiacchiere a vuoto, visto che era attivo il televoto si ponessero delle domande al pubblico, tipo “Vogliamo eliminare i permessi “premio” a chi commette un femminicidio? Così giusto per capire cosa ne pensa la gente, visto che questa sembra essere una pratica comune nelle nostre carceri, così per ricordare qui sotto una delle ultime vicende collegate.
“Emanuele De Maria (Milano, maggio 2025): Un detenuto di 35 anni del carcere di Bollate, descritto come “modello” e in permesso di lavoro (receptionist in un hotel), ha ucciso una collega e tentato di uccidere un altro collega. Dopo il delitto, De Maria è fuggito e si è poi tolto la vita. Era già stato condannato nel 2016 per l’omicidio di una donna tunisina.”
Ultimo tema Eurovision, prendo Levante come caso ma sicuramente non sarà l’unico. Levante ha dichiarato che se avesse vinto, purtroppo è arrivata 14esima anche se il pezzo non era male, non avrebbe partecipato all’Eurovision per la presenza di Israele, perché la donna non è scissa dall’artista e non vai in piazza a supportare la Flottiglia e poi vai all’Eurovision, mi domando perché allora partecipare a un Festival in uno stato che ha un governo di destra che non ha ancora riconosciuto lo Stato Palestinese ed è amico di Israele? Mistero.
Quindi dopo tutta questa dose di anestetico veniamo alla gara, una collega ha dichiarato queste canzoni come innocue, nel senso che non ne ami nessuna non ne odi nessuna, significato, scelte piatte, quasi sempre con poco senso o fatte con il senso dello spettacolo, davvero possiamo dire che Elettra sia una cantante? Avrei voluto poter sbirciare sulle altre proposte arrivate a Conti. Ora c’è da dire che qualche brano aveva una marcia in più, Serena Brancale, forse giudicata dal pubblico per l’ostentazione del dolore, Arisa, forse perché troppo delicata, meglio le cose unza unza, le Bambole di pezza, forse perché non trasgressive come i Maneskin. Sta di fatto che il popolo ha scelto Sal, imperatore del Neomelodico e del concetto “finche morte non ci separi” poi Sayf, un giovane che canta cose che non ha vissuto “Ho fatto una canzonetta – È un fiore su una camionetta – E le botte delle piazze- Le dimentichiamo” è del 99 aveva 2 anni al G8 di Genova, e facciamo finta anche che non sia figlio di una filosofia woke… Non vado oltre, per finire Ditonellapiaga, oltre il terzo posto anche il premio per la migliore composizione, credo che i maestri dell’orchestra data la loro bravura non conoscano i plugin che fanno tutto da soli ma ciò che è dato è meritato, chi sono io per commentare.
Alea iacta est.