A Mestre una scuola dell’infanzia fotografa una trasformazione demografica senza precedenti: nelle nuove iscrizioni dell’istituto Caio Giulio Cesare gli alunni italiani sono una netta minoranza rispetto agli stranieri, aprendo il dibattito su integrazione, inclusione e futuro.
Scuola dell’infanzia a Mestre, solo due bambini italiani su 102 iscritti: il 98% ha origini straniere
Come riportato dal Corriere, due bambini italiani su 102 iscritti alla scuola dell’infanzia, dieci su 118 nelle future classi prime della scuola media. È la fotografia che emerge dall’istituto comprensivo Istituto Comprensivo Caio Giulio Cesare di Mestre, dove la composizione delle nuove iscrizioni racconta un cambiamento demografico ormai consolidato. Alle prossime prime elementari, articolate in sei sezioni, gli alunni italiani saranno presenti soltanto nelle prime due classi, con circa cinque bambini per sezione, mentre una delle classi sarà formata esclusivamente da studenti di origine bengalese.
Un quadro che restituisce il volto di un quartiere profondamente in evoluzione, dove la scuola è diventata lo specchio delle dinamiche sociali dell’area intorno alla stazione ferroviaria, in particolare nelle zone di via Cappuccina e via Piave. Qui si concentra una parte significativa della popolazione straniera residente nel Comune di Venezia: secondo le stime aggiornate a dicembre 2025, sono 43.255 i cittadini stranieri presenti sul territorio comunale, con la comunità bengalese che rappresenta il 23,7% del totale.
I cancelli dell’istituto raccontano così una realtà multiculturale, con famiglie provenienti soprattutto dall’Asia meridionale, ma anche dall’Europa orientale e dal Nord Africa.
Mestre, il tetto del 30% resta sulla carta: nelle classi esplode la sfida dell’integrazione
La normativa del ministero stabilisce un tetto massimo del 30% di alunni stranieri, compresi i nuovi arrivati in Italia, all’interno di ogni classe. Molti degli studenti coinvolti, però, sono bambini di seconda generazione: nati nel nostro Paese, cresciuti in Italia e destinati a frequentare qui l’intero percorso del primo ciclo scolastico. Nella realtà quotidiana, però, quel limite spesso non viene rispettato. La scuola dell’infanzia, infatti, non è obbligatoria e non prevede vincoli percentuali: le famiglie possono scegliere liberamente dove iscrivere i propri figli. In quartieri con una forte presenza di residenti stranieri, la tendenza porta quindi a una concentrazione sempre maggiore di alunni con background migratorio.
Il problema non riguarda soltanto la composizione delle classi, ma soprattutto la gestione educativa. La difficoltà emerge quando l’italiano non è più la lingua comune utilizzata spontaneamente per comunicare e apprendere. Gli insegnanti si trovano così a dover conciliare l’insegnamento dei programmi con un lavoro quotidiano di alfabetizzazione, inclusione e mediazione culturale, in classi dove molti studenti devono ancora consolidare la lingua dello studio e della vita quotidiana.
Il caso di Mestre riapre inoltre il dibattito sul rischio di una progressiva separazione scolastica. Dalle indiscrezioni del Corriere, già in passato il presidente del Consiglio d’istituto Carlo Pagan aveva evidenziato il pericolo di una concentrazione definita “sostanzialmente monoculturale” nella scuola primaria Cesare Battisti. Le sue dichiarazioni avevano provocato un confronto acceso: l’ex assessora all’Istruzione Laura Besio lo aveva accusato di intervenire più come esponente del circolo Pd di via Piave che come presidente dell’organo scolastico, mentre la dirigente scolastica Michela Manente aveva difeso il lavoro dell’istituto, sottolineando come l’integrazione degli studenti più fragili e di origine straniera fosse sempre stata al centro della missione educativa della scuola. L’ipotesi avanzata era quella di creare un tavolo permanente tra istituto, Comune e Ufficio scolastico per affrontare il fenomeno, ma il confronto si era poi fermato di fronte ad altre emergenze. Ora l’amministrazione di Ca’ Farsetti punta a riaprire il tema, cercando soluzioni che non lascino alle sole scuole il compito di gestire trasformazioni sociali così profonde.
Secondo gli esperti, l’inclusione funziona quando favorisce l’incontro tra realtà diverse, non quando produce percorsi separati. Per questo vengono indicati come necessari interventi strutturali: maggiori risorse per l’insegnamento dell’italiano L2, un rafforzamento della presenza dei mediatori culturali e un coordinamento più forte tra istituzioni scolastiche, Comune e territorio. Solo così la scuola potrà evitare di diventare il luogo in cui ricadono, da sola, tutte le conseguenze dei cambiamenti demografici.
