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Sea‑Watch 5 libera dal fermo: la ong pronta a riprendere i soccorsi

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Il tribunale di Catania ha sospeso il fermo della Sea‑Watch 5 legato al salvataggio del 25 gennaio; la ong tedesca annuncia il ritorno in Mediterraneo e nel frattempo si registrano ritrovamenti di cadaveri su coste meridionali attribuiti al ciclone Harry

Il tribunale di Catania ha annullato il provvedimento di fermo amministrativo che pesava sulla Sea‑Watch 5 e ha revocato la sanzione collegata. La misura faceva riferimento all’intervento del 25 gennaio, quando la nave ha soccorso 18 persone — tra cui due bambini molto piccoli — su un barchino in difficoltà. L’ong tedesca che gestisce l’imbarcazione ha dichiarato di essere pronta a tornare nel Mediterraneo e riprendere le attività di salvataggio non appena risolte le questioni logistiche.

Contesto giuridico e motivazioni
Secondo Sea‑Watch, il salvataggio è avvenuto in acque internazionali, nella zona SAR attribuita alla Libia. Le autorità italiane avevano contestato la mancata comunicazione delle coordinate all’autorità libica, motivo per cui era stato disposto il fermo e inflitta la sanzione. L’ong ha spiegato la scelta operativa citando le condizioni di pericolo manifeste a bordo e le ripetute violazioni dei diritti umani documentate nei centri di detenzione libici: notificare l’intervento alla Libia, a loro avviso, avrebbe potuto esporre le persone soccorse a ulteriori rischi.

Il caso solleva questioni delicate: da un lato gli obblighi procedurali legati al coordinamento SAR e alla notifica tra Stati, dall’altro la responsabilità di tutela delle persone recuperate in mare. Il pronunciamento di Catania elimina l’ostacolo amministrativo immediato, ma non chiude il dibattito giuridico sulle priorità operative in situazioni di emergenza.

Implicazioni pratiche
Con la revoca del fermo, la Sea‑Watch 5 può tornare a navigare. Resta però da definire l’articolazione pratica delle missioni: assegnazione dei porti sicuri, canali di comunicazione con le autorità competenti e criteri per eventuali deroghe quando a rischio ci sono vite umane. Le ong hanno annunciato contatti con le istituzioni per concordare i prossimi passaggi logistici; dai futuri confronti dipenderanno le modalità operative immediate.

Il precedente Palermo
Questo episodio si inserisce in un quadro giudiziario più ampio. Il tribunale civile di Palermo aveva riconosciuto un risarcimento a Sea‑Watch per il fermo della Sea‑Watch 3 nel 2019, legato alla vicenda con la comandante Carola Rackete: oltre 76mila euro per danni patrimoniali e spese legali. Quel precedente resta un elemento di riferimento nella discussione su autorizzazioni, zone SAR e limiti delle norme amministrative rispetto all’obbligo di soccorso.

Reazioni politiche e sociali
La sentenza di Palermo suscitò reazioni contrastanti: sul versante istituzionale la premier Giorgia Meloni definì sorprendente il riconoscimento dell’obbligo di risarcimento, mentre Sea‑Watch e le organizzazioni umanitarie hanno visto nelle sentenze una conferma della priorità del diritto internazionale e del dovere di salvare vite. Anche oggi le tensioni tra Governo e ong emergono con chiarezza, e influenzeranno sia il dibattito pubblico sia le scelte operative.

Nuovi ritrovamenti e impatto umano
Parallelamente alla vicenda giudiziaria, sono stati segnalati ritrovamenti drammatici: Sea‑Watch ha indicato il recupero di almeno 15 cadaveri sulle coste di Calabria e Sicilia. Le autorità stanno verificando i corpi tramite accertamenti medico‑legali; indizi preliminari collegano queste morti al ciclone Harry, che ha creato condizioni meteomarine estremamente pericolose. L’ong ha definito quei corpi «vite concluse ai confini dell’Europa», avvertendo che il numero potrebbe non rappresentare l’intero bilancio.

Cosa resta aperto
Le indagini in corso chiariranno cause e responsabilità, e potrebbero influenzare eventuali adeguamenti normativi o procedure operative. Sul piano pratico, il tema resta lo stesso: trovare un equilibrio credibile tra obblighi amministrativi, cooperazione internazionale e, prima di tutto, la protezione delle persone in pericolo. I prossimi giorni diranno se il confronto tra ong, autorità nazionali e organismi di coordinamento SAR porterà misure concrete per mitigare i rischi lungo le rotte del Mediterraneo.