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“Quando si torna al voto”, Meloni prepara le prossime mosse: tensione con gli alleati

“Quando si torna al voto”, Meloni prepara le prossime mosse: tensione con gli alleati

Il destino delle elezioni si aggira tra la Corte costituzionale, la questione ucraina e l'ultima legge di bilancio: scopri come queste tre leve modellano il calendario politico.

Il Governo guidato da Giorgia Meloni sta valutando la possibilità di anticipare le elezioni generali, ma la decisione non è più nelle sue mani. La variabile più critica è la sentenza della Corte costituzionale sul cosiddetto Stabilicum, la nuova legge elettorale al centro di numerosi ricorsi. Se la Corte adotterà una pronuncia auto-applicativa, il calendario politico potrebbe comprimersi e portare le votazioni a maggio.

In caso contrario la legislatura proseguirebbe fino a settembre, quando scadrà naturalmente.

La Corte costituzionale e lo Stabilicum: scenari possibili

Il provvedimento elettorale, approvato dalla Camera lo scorso 8 ottobre con 227 voti a favore, prevede un premio di governabilità per la coalizione che superi il 42 % dei voti. Tuttavia, il testo è stato immediatamente oggetto di ricorsi da parte di associazioni e cittadini, che hanno chiesto al giudice di valutare la sua costituzionalità.

Se entro la fine di gennaio o febbraio la Consulta dovesse emettere una decisione correttiva ma immediatamente attuabile, il Presidente della Repubblica potrebbe sciogliere le Camere, consentendo a Meloni di rassegnare le dimissioni e di indurre una campagna elettorale primaverile.

Pronuncia restrittiva vs. decisione correttiva

Una sentenza limitata a segnalare gli aspetti incostituzionali, senza fornire una soluzione pronta, obbligherebbe il Parlamento a rivedere lo Stabilicum.

Questo richiederebbe nuovi negoziati all’interno della maggioranza, rischiando di riaccendere le divisioni tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Al contrario, una risposta auto-applicativa aprirebbe la via a un “voto unico” in primavera, scenario favorito da alcuni esponenti del centro-destra.

Il dossier Ucraina: un potenziale punto di rottura

Parallelamente, la guerra in Ucraina rappresenta una seconda leva di incertezza. Matteo Salvini ha confermato la sua opposizione a un nuovo invio di armi a Kiev, posizione che contrasta con le linee più moderate della coalizione. La decisione sul rinnovo degli aiuti – sia militari che economici – al governo di Volodymyr Zelensky sarà oggetto di discussione entro la fine dell’anno, con la possibilità di estendere il sostegno per altri dodici mesi o per un periodo più breve.

Finora la premier è riuscita a contenere le divergenze, ma con le elezioni alle porte ogni scelta avrà un valore simbolico per la propria base elettorale. La strategia di comunicazione si sta già delineando, anche se la data precisa delle urne rimane incerta.

La prossima legge di bilancio: banco di prova della coalizione

Il bilancio di previsione, l’ultima grande manovra prima del voto, costituisce il terzo pilastro su cui gravano le pressioni interne. In sede di Palazzo Chigi, Giancarlo Giorgetti ha condotto un tavolo tecnico con i leader dei partiti di governo per definire le risorse disponibili. Le parti vogliono inserire misure simboliche – tagli fiscali, incentivi a specifici settori, proroghe di ecobonus – ma le cifre restano limitate e la negoziazione con Bruxelles è ancora aperta.

Meloni ha esortato i compagni di coalizione a «andateci piano con le richieste», sottolineando la necessità di riconciliare ambizioni elettorali con la sostenibilità dei conti pubblici. Un bilancio troppo generoso potrebbe mettere in dubbio la capacità del governo di mantenere l’equilibrio finanziario, mentre una proposta troppo sobria rischierebbe di deludere le aspettative dei sostenitori.

Il risultato della manovra, oltre a influenzare la percezione elettorale, inciderà sul calendario: una conclusione rapida e condivisa consentirebbe di fissare un’eventuale tornata di voto a maggio. Al contrario, ritardi o contrasti protratti sposterebbero le elezioni a settembre, concedendo più tempo per risolvere le questioni pendenti.

Le posizioni dei leader di partito

Claudio Durigon, vicesegretario della Lega, ha osservato che «a seconda dell’intervento della Consulta lo scenario di settembre rischia di diventare molto solido, mica si può votare a luglio». Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia, ha sottolineato la mancanza di certezze sul calendario parlamentare, ritenendo prematuro fissare una data. Maggio e settembre rimangono le due finestre politiche, ma con margini di manovra molto differenti.

La data delle prossime elezioni dipenderà dall’intersezione di tre fattori: la pronuncia della Corte sul Stabilicum, gli sviluppi del dossier ucraino e le scelte della prossima legge di bilancio. Solo dopo aver definito questi elementi il presidente della Repubblica potrà valutare lo scioglimento delle Camere e la fissazione di una tornata elettorale. Fino ad allora, la primavera resta una possibilità condizionata, mentre settembre rappresenta l’alternativa più concreta.

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