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Prof.ssa Giunchi difende il laureato Youssef Siher dalla stampa

Prof.ssa Giunchi difende il laureato Youssef Siher dalla stampa

Giunchi, docente all'Università Statale di Milano, difende il suo ex studente contro un’accusa di violenza non provata.

Una giovane figura accademica è al centro di un acceso dibattito pubblico: la professoressa Elisa Giunchi, relatrice di tesi all’Università Statale di Milano, ha ribaltato le narrazioni diffuse sui media riguardo a Youssef Siher, arrestato nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto “movimento 17 ottobre“. Durante un’intervista, la docente ha sostenuto che la stampa ha già emesso un giudizio definitivo, nonostante le indagini siano ancora in corso.

Secondo le parole della professoressa, Siher non possiede alcuna attitudine violenta né ha mai espresso apertamente idee incitatore di aggressioni. Il suo profilo, così come lo ricorda chi lo ha seguito durante gli anni universitari, è quello di un giovane timido, riservato e poco propenso a mettersi in luce. Giunchi ha sottolineato che la pressione mediatica ha già compromesso la sua vita personale e professionale, creando un danno difficile da quantificare.

La dichiarazione della relatrice di laurea

Nel corso del suo intervento, la professoressa Giunchi ha evidenziato che, a suo avviso, qualunque scritto o commento attribuito a Siher non può essere interpretato come un atto di agitazione o terrorismo. Ha inoltre precisato che il giovane è sempre stato uno studente diligente, dedicato ai propri studi e coinvolto in iniziative di tipo ideologico ma non violento.

La docente ha rimarcato l’importanza di mantenere la presunzione di innocenza fino a prova contraria, in linea con i principi fondamentali del nostro ordinamento.

Ritratto di Youssef Siher secondo la professoressa

Giunchi ha dipinto un quadro ben diverso da quello proposto dalle testate più aggressive: un ragazzo studioso, dotato di un’intelligenza vivace e con una visione idealistica della società. Nonostante le accuse di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo, la relatrice ha ricordato che Siher non possedeva alcuna capacità di leadership nella gestione delle chat collegate al movimento. Ha inoltre narrato che il profilo e la pagina web associati al presunto coordinamento sono stati attivati solamente dopo le violenze, rendendo difficile attribuirgli una responsabilità diretta.

Critiche alla copertura mediatica e richieste di azione legale

La docente ha dichiarato esplicitamente che la gogna mediatica inflitta a Siher è vergognosa e ingiusta, soprattutto perché avviene in un momento in cui le autorità giudiziarie non hanno ancora concluso le indagini. Ha richiesto che, una volta accertata la verità, vengano intentate cause per diffamazione contro i giornalisti che hanno contribuito a costruire il profilo di “capiquette violenta” del giovane. Giunchi ha inoltre espresso preoccupazione per gli effetti a lungo termine sulla reputazione e sulla carriera di Siher.

Nel suo ragionamento, la professoressa ha evidenziato che, se si dovesse attribuire responsabilità a un amministratore di una pagina per i commenti dei follower, quasi tutti noi saremmo potenzialmente incriminati. Questa osservazione serve a contestare l’idea che la semplice gestione di un canale possa essere automaticamente equiparata a complicità nei reati più gravi. La conclusione della relatrice è che spetta agli organi investigativi stabilire, con rigore probatorio, il nesso causale tra eventuali contenuti e le violenze effettivamente perpetrate.

Infine, Giunchi ha ribadito che la vita di Youssef Siher è stata irrimediabilmente rovinata dal clamore mediatico precoce, e ha invitato la società a riflettere sul potere distruttivo di una narrativa giornalistica non fondata. Il messaggio chiave è che la giustizia e la libertà di espressione devono coesistere, senza che la stampa assuma il ruolo di arbitro morale prima del completamento delle indagini.

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