Reggio Calabria.Maxi sequestro della Dda: ‘ndrangheta su Expo

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Reggio Calabria.Maxi sequestro della Dda: ‘ndrangheta su Expo

Reggio Calabria.Maxi sequestro della Dda: ‘ndrangheta su Expo

Da tempo erano in corso indagini a Milano condotte dal pubblico ministero Bruna Albertini, coordinate dal capo della Dda milanese Ilda Boccassini. Tali indagini avevano rivelato l’infiltrazione di personaggi legati alla ‘ndrangheta in alcune aziende assegnatarie di importanti commesse in Lombardia. In particolar modo per l’Expo.

La Dda di Reggio Calabria, che continua l’inchiesta “Underground” della Dda milanese, ha sequestrato beni per 15 milioni di euro a personaggi legati a due cosche di ‘ndrangheta della Locride.

Ci sono anche società che hanno ottenuto appalti per i padiglioni di Cina ed Ecuador di Expo e per il centro commerciale di Arese.

L’inchiesta che si sta conducendo da nord a sud è un sottile filo rosso che lega Milano a Reggio Calabria. Da ottobre ci sono stati 14 arresti per presunte tangenti e sub appalti in Lombardia. Maxi sequestri. Beni come appartamenti, locali, mezzi di trasporto e conti correnti.Tutti apparsi tra Calabria, Sicilia, Emilia Romagna e Lombardia.

Tutti, secondo gli inquirenti, riconducibili alle due cosche di ‘ndrangheta degli Aquino-Coluccio e Piromalli-Bellocco, rispettivamente di Marina di Gioiosa Jonica e Rosarno.

Proprio la mafia calabrese secondo la Dda avrebbe allungato le proprie mani anche su due importanti opere costruite nell’hinterland di Milano. L’Expo e il centro commerciale di Arese.

Indagati

I principali nomi che compaiono nelle carte dei magistrati sono quelli di Pierino Zanga, Salvatore Piccoli e Antonio Stefano. Il primo, avrebbe chiamato nelle sue aziende Piccoli e Stefano. Piccoli è considerato un sottoposto di Stefano: sarebbe lui la mente dietro le diverse operazioni. Antonio Stefano è il genero di Vincenzo Macrì, personaggio di spicco della cosca Aquino-Coluccio, deceduto nel 2010.

Nel tempo, Stefano si sarebbe convertito ai traffici di droga che dalla Calabria si ramificano in tutto il mondo. i proventi illeciti sarebbero stati reinvestiti anche per entrare nella gestione di imprese in difficoltà del Nord Italia, finendo con l’assumerne il controllo. Un meccanismo ormai ben noto ai magistrati che indagano sulle infiltrazioni mafiose al Nord.

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