La corte d’appello di Seoul ha emesso il 7 maggio 2026 una sentenza che riduce la pena dell’ex primo ministro Han Duck-soo da 23 anni a 15 anni di reclusione per reati collegati alla dichiarazione di legge marziale firmata dall’allora presidente Yoon Suk Yeol nel dicembre 2026. La misura, che nella pratica sospese brevemente il governo civile, fu annullata in poche ore dal Parlamento: l’episodio segnò una delle crisi istituzionali più acute degli ultimi anni in Corea del Sud.
Riduzione della pena e motivazioni della corte
Nel pronunciamento l’appello ha confermato la maggiore parte delle condanne mosse nei confronti di Han, pur rivedendo al ribasso la pena complessiva. Il collegio giudicante ha citato il lungo servizio pubblico dell’imputato — oltre 50 anni — come elemento attenuante, e ha rilevato come i documenti processuali rendano difficile provare che Han avesse orchestrato o guidato sistematicamente l’insurrezione.
Tuttavia, i giudici hanno anche stigmatizzato il suo comportamento, affermando che l’ex premier “abbandonò le gravi responsabilità” del suo incarico e “si schierò con chi partecipò agli atti di insurrezione”.
Quali capi d’accusa sono stati confermati
La corte ha mantenuto diverse imputazioni contro Han, tra cui l’accusa di aver contribuito a dare l’apparenza di una deliberazione di gabinetto sulla proclamazione della legge marziale, e di aver cercato di ottenere firme su documenti collegati alla misura.
Sono state inoltre confermate contestazioni relative a documenti falsificati, violazioni della Presidential Records Act e un capo di perjurio legato alle testimonianze rese durante il processo di impeachment di Yoon davanti alla Corte Costituzionale.
Il contesto politico e il ruolo di Han
Han Duck-soo, 76 anni, è un tecnocrate di lungo corso che ha ricoperto incarichi sotto cinque diversi presidenti, incluso il ruolo di ministro delle finanze. Dopo l’impeachment di Yoon fu nominato presidente ad interim prima di essere anch’egli oggetto di un procedimento di impeachment, poi annullato dalla Corte Costituzionale. La sua figura emerse al centro della crisi quando il governo ipotizzò misure per isolare istituzioni e media, comprese discussioni su come limitare elettricità e acqua a certi enti: elementi che i giudici hanno ritenuto rilevanti nel quadro accusatorio.
La difesa e l’atteggiamento in aula
Han ha negato la maggior parte delle accuse, ammettendo solo un episodio di perjurio. In aula, al momento della lettura del verdetto, l’ex premier appariva composto e ha ascoltato la sentenza senza manifestare emozioni evidenti. Era in carcere dal momento della prima condanna di gennaio: l’appello non ha disposto la sua immediata scarcerazione, confermando la custodia in attesa degli eventuali ulteriori ricorsi.
Reazioni e conseguenze per l’amministrazione Yoon
La riduzione della pena non chiude la vicenda giudiziaria che ha travolto l’entourage di Yoon. L’ex presidente è stato condannato in febbraio a una pena detentiva a vita per aver «orchestrato» l’insurrezione collegata alla proclamazione della legge marziale e si trova a sua volta coinvolto in numerosi processi. Inoltre, le corti d’appello hanno recentemente rivisto al rialzo sentenze per altri membri della cerchia presidenziale: la condanna per ostruzione alla giustizia di Yoon è stata aumentata, e anche la pena per la moglie, Kim Keon Hee, è stata elevata a quattro anni per reati di corruzione e manipolazione azionaria, secondo le determinazioni più recenti.
Il verdetto del 7 maggio 2026 segna dunque un capitolo della lunga serie di processi d’appello che stanno ridisegnando il panorama politico post-crisi. Pur mitigando la pena inflitta a Han, la sentenza ribadisce il peso delle accuse e sottolinea come la magistratura stia valutando sia le responsabilità individuali sia gli attenuanti legati al percorso professionale. Per osservatori e opposti schieramenti, la decisione lascia aperti interrogativi sul ruolo delle istituzioni e sulle garanzie che dovranno essere rafforzate per prevenire futuri episodi simili.