Un attentato dinamitardo per lanciare una carriera politica. È questa l’accusa che ha portato all’arresto di Valter Lavitola, ex giornalista e imprenditore, ritenuto il mandante dell’attentato esplosivo contro Sigfrido Ranucci, conduttore di Report.
L’episodio, avvenuto il 16 ottobre 2026 davanti all’abitazione di Ranucci a Pomezia, avrebbe avuto come scopo principale quello di accrescere la popolarità del giornalista e favorirne l’ascesa politica, con l’obiettivo di ritagliare per sé un ruolo di primo piano in un nuovo scenario politico.
L’inchiesta e le accuse contro Lavitola
L’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla giudice per le indagini preliminari di Roma, Iole Moricca, ricostruisce un piano articolato. Lavitola, insieme al suo socio Gomes Clesio Tavares, attualmente latitante in Africa, avrebbe commissionato l’attentato per manipolare l’opinione pubblica e intimidire Ranucci, senza però mettere in pericolo la sua incolumità.
Le indagini hanno portato all’arresto di tre uomini e una donna, tutti di origine campana, ritenuti gli esecutori materiali dell’attentato. A Lavitola e Tavares viene contestata la detenzione, il porto in luogo pubblico e l’utilizzo di un ordigno esplosivo, con l’aggravante del metodo mafioso.
Le intercettazioni e la manipolazione di Ranucci
Dalle intercettazioni emerge un quadro di manipolazione e controllo da parte di Lavitola nei confronti di Ranucci.
L’ex faccendiere avrebbe sfruttato il legame di fiducia con il giornalista per alimentare in lui il convincimento che le accuse fossero infondate, sperando così di avvantaggiarsi della sua posizione.
“Lavitola si poneva come un sostenitore e un difensore di Ranucci, ma al contempo lo adulava e lo incoraggiava a lasciare la sua attività per dedicarsi alla politica”, si legge nell’ordinanza. Già nel luglio 2026 Lavitola avrebbe suggerito a Ranucci di abbandonare il suo lavoro televisivo per dedicarsi alla politica.
Il ruolo di Gomes Clesio Tavares
Gomes Clesio Tavares, il socio di Lavitola, sarebbe stato il raccordo operativo tra il mandante e gli esecutori materiali dell’attentato. Secondo gli inquirenti, Tavares avrebbe reclutato e istruito la banda irpina, mettendo a disposizione anche l’auto del suocero.
I carabinieri hanno definito l’impianto accusatorio “solido e concorde”, basato su un’analisi incrociata di tabulati telefonici, tracciamenti di veicoli e esami forensi dei telefoni cellulari degli indagati.
Il sopralluogo e la preparazione dell’attentato
Secondo le indagini, Lavitola avrebbe partecipato a un sopralluogo davanti all’abitazione di Ranucci il 15 settembre 2026 un mese prima dell’attentato. Insieme a Tavares, avrebbe pianificato l’azione dinamitarda, utilizzando un ordigno rudimentale composto da gelatina per cava.
L’obiettivo era creare un avvertimento per Ranucci, senza però mettere in pericolo la sua vita. L’attentato avrebbe dovuto apparire come un atto intimidatorio, legato alle inchieste del giornalista, ma mai come un tentativo di ucciderlo.
La difesa di Ranucci e le reazioni
Il legale di Ranucci, l’avvocato Roberto De Vita, ha sottolineato che il conduttore è la vittima di questa vicenda e che l’inchiesta è stata strumentalizzata per colpire Report.
“L’arresto conferma la gravità e la complessità dell’attentato”, ha dichiarato De Vita, sottolineando l’importanza di comprendere il movente e il contesto in cui si è maturata questa vicenda.
Lavitola, nel frattempo, ha dichiarato di voler tornare in Italia per spiegare la sua versione dei fatti, ma ha anche espresso dubbi sulle accuse mosse contro di lui.
