Nel cuore di Gaza City, nella zona di Palestine Square, il tetto di un appartamento si è parzialmente crollato, lasciando in vista travi di acciaio contorte e blocchi di cemento spezzati. Sotto l’apertura, la famiglia di Masada Abu Jarad ha allestito una tenda per ripararsi dal sole e dalla pioggia, trasformando la propria abitazione in un rifugio improvvisato.
Masada, cinquantenne, è consapevole del pericolo. L’Palestinian Red Crescent e la Gaza Civil Defence le hanno consigliato di abbandonare l’edificio, ma il blocco di Gaza, sotto un assedio prolungato non offre spazi alternativi. “Non abbiamo opzioni”, afferma, “voglio andare via, ma chi ci darà un’alternativa?”.
Masada Abu Jarad e la condizione di una casa che non è più casa
Da un anno la famiglia vive nella struttura di Palestine Square, dopo essere tornata dal nord della Striscia, dove era stata costretta a spostarsi all’inizio del conflitto. Originari di Beit Lahiya, non hanno potuto rientrare nella loro città natale, che è stata praticamente annientata da un “genocidio” di edifici. La speranza di trovare un alloggio sicuro è ostacolata anche dal costo: “Anche se esistesse un posto migliore, come potrei permettermi l’affitto?”, dice Masada, evidenziando l’impossibilità economica di cambiare residenza.
Il dramma di Masada è rappresentativo della crisi abitativa a Gaza. Un’indagine congiunta di ONU, World Bank e Unione Europea ha rilevato che, a ottobre 2025, 371 888 unità abitative, pari al 76,6 % del parco edilizio, risultano distrutte o gravemente danneggiate. Per ricostruire l’intera Striscia nei prossimi dieci anni saranno necessari più di 71 miliardi di dollari.
Abdullah Abu Hajar e la vigilia di un possibile crollo
Nel quartiere meridionale di Remal, l’edificio di sei piani dell’al-Najma ospita circa 17 famiglie, tra cui quella di Abdullah Abu Hajar, 40 anni, con moglie e cinque bambini. Le pareti esterne portano avvisi municipalmente appesi che indicano il rischio di crollo. “Resto sveglio tutta la notte, ascoltando ogni scricchiolio”, racconta Abdullah, il cui panico è aumentato dopo il crollo del 16 settembre, che ha ucciso 21 persone, tra cui 12 bambini.
La mancanza di sonno ha messo alla prova la resilienza di Abdullah: “Sono già sul filo”, ammette, “ma non so dove andare”. Dopo essere stato sfollato da Beit Hanoon, ha dovuto trasferirsi più volte, finché la sua famiglia si è stabilita nell’al-Najma, dove i vicini ancora ricercano un posto dove accamparsi. “Gli ho offerto di stare con noi, ma è titubante perché l’edificio è pericolante”, spiega, sottolineando l’assenza di soluzioni concrete.
Islam Hassanein e la minaccia dell’inverno
Islam Hassanein, 36 anni, madre di cinque figli, vive da quasi un anno in una stanza al terzo piano di un edificio inclinato, con tubature rotte e senza servizi igienici interni. “Abbiamo pulito i detriti e ci siamo sistemati”, dice, mentre descrive il continuo rumore di crepe che avverte il pericolo imminente. L’ultimo inverno è stato “terrificante”, con infiltrazioni d’acqua che hanno trasformato la stanza in un lago improvviso.
Con l’arrivo di un inverno più freddo e piovoso, la struttura vulnerabile rischia di subire ulteriori danni. “Ho paura che la pioggia faccia crollare il tetto”, avverte Islam, che dichiara di lasciarsi immediatamente se fosse trovato un luogo sicuro con una tenda adeguata. Tuttavia, le restrizioni israeliane sull’ingresso di tende e teli impermeabili rendono quasi impossibile migliorare le condizioni di vita dei rifugiati.
Secondo l’UNICEF, circa l’84 % della popolazione di Gaza, più di 1,76 milioni di persone, vive in siti di sfollamento sovraffollati o in rifugi inadeguati, privi di protezione contro il freddo, le piogge intense e le possibili inondazioni. Le testimonianze di Masada, Abdullah e Islam mostrano una realtà in cui la sopravvivenza quotidiana dipende da un fragile equilibrio tra “casa” e “rischio di crollo”.
