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Coldiretti: con accordi su tasse al G7 stop guerra dazi tra Usa e Ue

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Ma la Cgia accende i riflettori sulle grandi iniquità: gli autonomi pagano 21 miliardi di tasse in più dei giganti del web presenti in Italia

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Con l’accordo raggiunto al G7 viene superata anche la guerra dei dazi tra Unione Europea e Stati Uniti con le tariffe aggiuntive su prodotti di sei Paesi, tra cui l’Italia, nell’ambito delle dispute sulla digital tax. È quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che l’accordo dei ministri del G7 sulla tassazione delle multinazionali prevede “la rimozione di tutte le tasse sui sevizi digitaLi e altri misure simili su tutte le compagnie”.

Proprio questa settimana l’amministrazione Biden aveva annunciato una sospensione dei dazi aggiuntivi per favorire la ripresa del dialogo che ha già portato l’11 marzo scorso anche al superamento delle tariffe aggiuntive relative alle controversie Airbus-Boeing che colpivano tra l’altro le esportazioni nazionali di Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi, cordiali e liquori come amari e limoncello. “Il superamento della guerre commerciali è una necessità a livello globale per favorire il rilancio dell’economia e dell’occupazione a livello globale” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “gli Stati Uniti sono il principale partner dell’Italia fuori dai confini europei con le esportazioni Made in Italy che sono più che raddoppiate in Usa (+113%) sulla base degli ultimi dati Istat sul commercio estero ad Aprile 2021”.

Gli autonomi pagano 21 miliardi di tasse in più dei giganti del web presenti in Italia

Le micro e piccole imprese italiane con meno di 5 milioni di euro di fatturato – costituite prevalentemente da artigiani, piccoli commercianti e partite Iva – nel 2019 hanno versato 21,3 miliardi di euro di imposte erariali in più rispetto alle web companies presenti in Italia: è quanto emerge dalle analisi della Cgia di Mestre. Due anni fa, infatti, l’aggregato delle controllate appartenenti al settore del WebSoft ha registrato un giro d’affari nel nostro Paese di 7,8 miliardi di euro; il numero di addetti occupati in queste realtà era di oltre 11 mila unità, mentre al fisco italiano hanno versato solo 154 milioni di euro.

Nello stesso anno, invece, il popolo delle partite Iva, con meno di 5 milioni di fatturato, ha generato un fatturato di 814,2 miliardi e il contributo fiscale giunto all’erario da queste 3,3 milioni di piccole realtà è stato di 21,4 miliardi di euro: un importo di circa 140 volte superiore al gettito versato dalle multinazionali del web.

E’ evidente che, ormai, ci troviamo di fronte a uno squilibrio del prelievo fiscale tra le piccole e le grandi imprese tecnologiche che la pandemia ha ulteriormente accentuato.

Grazie al boom del commercio elettronico, ad esempio, in questi ultimi 15 mesi le multinazionali del web presenti in Italia hanno aumentato ulteriormente i ricavi, mentre la grandissima parte delle micro e piccole imprese ha subito una contrazione degli incassi molto preoccupante. Pertanto, se ai primi il peso delle tasse continua a rimanere modesto, ai secondi il carico fiscale ha raggiunto livelli non più sopportabili, che nemmeno le misure anti Covid, approvate fino adesso, hanno contribuito ad alleviare.

Se il livello medio di tassazione di queste big tech è, secondo l’Area studi di Mediobanca, al 32,1 per cento, nelle nostre piccolissime realtà si aggira attorno al 60 per cento: praticamente quasi il doppio. Ora, nessuno chiede un inasprimento del carico fiscale nei confronti delle grandi imprese del web, ci mancherebbe, semmai è necessario abbassare drasticamente il peso delle tasse sulle piccole attività che, ancora oggi, rimane su livelli insopportabili.

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