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Con un ritorno al passato non vince nessuno

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Il trionfo della Meloni e della destra è incontestabile, ma è anche un esame senza appello sulla governabilità del Paese.

Il centrodestra ha vinto le elezioni, aggiudicandosi il controllo della Camera e del Senato per i prossimi cinque anni.

La vittoria, come previsto, porta il nome di Giorgia Meloni, leader della nuova destra italiana che guiderà l’Italia nella crisi peggiore dal dopoguerra: Fratelli d’Italia ha avuto il triplo dei voti di Berlusconi e Salvini messi insieme, diventando il primo partito del Paese.

Piaccia o no, questa è la democrazia: Giorgia Meloni sarà non solo il primo Premier donna della Repubblica Italiana, ma anche il capo del governo più di destra dopo Mussolini, con radici mai negate nei valori del Ventennio.

Che dire? Perdere non piace a nessuno, ma per il PD e il centro sinistra sarebbe idiota accusare (o pensare) che il 26% degli italiani siano fascisti: sarà meglio riflettere sul significato di sinistra e di bisogni del Paese. E soprattutto, di interpretare con responsabilità il ruolo di opposizione: peggio del fascismo, c’è solo lo “sfascismo”. Con la tensione crescente che già circonda il Paese, uno scontro sociale sarebbe pericoloso quanto uno strappo del governo sugli impegni con l’Europa: quello che succede in Italia, non resta in Italia.

Il trionfo della Meloni e della destra è incontestabile, ma è anche un esame senza appello sulla governabilità del Paese: se l’economia non riparte in fretta, l’Italia porta i libri in tribunale prima delle prossime elezioni.

Sfidare l’Europa e le pressioni dei mercati finanziari è stato facile nei comizi, molto più rischioso sarà farlo adesso: in gioco, non c’è più il ruolo della destra o la credibilità della Meloni, ma l’ultima chance per evitare il rischio di un tracollo economico e sociale potenzialmente fatale per il paese.

Più delle promesse ambiziose, conterà il realismo degli impegni nel programma di governo: non solo sul debito e le riforme, ma soprattutto sulle strategie contro la crisi energetica e il crollo industriale.

Le premesse sono un brutto segnale: la vittoria scontata della Meloni ha già fatto volare i tassi dei BTP ai massimi dell’anno ben prima che aprissero le urne. La tensione sul rischio Italia ha persino provocato l’inversione dei rendimenti nella curva dei tassi BTP a dieci e trent’anni anni: In pratica, per chi investe sul debito italiano, oggi è più sicuro comprare un BTP che sarà rimborsato tra trent’anni, rispetto a un BTP che scade tra dieci anni.

La normalità è ovviamente il contrario: più si allunga la scadenza dei bond, più è alto il “premio di rischio” preteso dal mercato.

Chiaro il messaggio? C’è più fiducia sull’Italia di un lontano futuro, rispetto a quella del prossimo decennio. Nel caos delle elezioni tante cose sfuggono, comprese le speculazioni dei mercati finanziari: ma è difficile pensare che uno strappo del genere sia sfuggito persino in BCE. Fatto sta che lo scudo sull’Italia non è ancora uscito dall’armadio.

Risalire la china sembra insomma una missione impossibile. Come è impossibile ignorare il bisogno di cambiamento che ha portato la destra al controllo del paese: gli italiani non sono fascisti, sono solo stanchi di affidarsi a chi cavalca i cambiamenti.

Nelle dieci legislature in cui ho votato, sono cambiati 26 governi e 20 presidenti del Consiglio: 4 “giri” di palazzo Chigi per Berlusconi, due ciascuno per Conte, Prodi, D’Alema, Amato e Craxi, un solo mandato per Draghi, Gentiloni, Renzi, Letta, Monti, Dini, Ciampi, Fanfani e Goria.

Una giostra di nomi, partiti e maggioranze con un denominatore comune: la promessa del cambiamento. Gran parte dei governi che ricordo non ha lasciato agli italiani bei ricordi: tornare al passato non aiuta nessuno, neanche la nuova destra.