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L’opinione di Giampiero Casoni

Quel baciamano a Ilaria Cucchi che assolve l’Arma e condanna quattro Carabinieri

Un semplice gesto, ma un forte segnale con il quale lo Stato si fa carico delle proprie responsabilità, riscattando l'onore perduto a causa di pochi.

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In circostanze diverse si sarebbe mellifluamente chiamato garbo, ma nell’aula di tribunale che ha visto fare giustizia di primo grado per Stefano Cucchi quel gesto ha assunto i toni dei fatti immensi che mondano l’anima. Il baciamano che un sottufficiale dei Carabinieri ha fatto ad Ilaria Cucchi e a Rita Calore, madre di Stefano, è arrivato, inaspettato e spiazzante, a suggellare un patto che neanche il giudicato di ieri potrà mai spezzare: che cioè se ieri ad essere condannati sono stati quattro Carabinieri, proprio in forza della loro condanna ad essere assolta è stata l’Arma.

L’Arma al banco degli imputati

Pare faccenda banale, quasi ovvia, ma in questi ultimi mesi di concitata disamina giudiziaria gli aspetti più concettuali della tristissima vicenda e meno legati alla Procedura avevano creato ombre. Erano ombre sfuggenti, rincantucciate negli angoli delle chiacchierate che ognuno di noi fa spicciativamente con la propria coscienza quando a farci compagnia è solo il buio che precede il sonno, ma quei fantasmi che la mente scimmia ci ha creato in seno avevano iniziato ad avere il peso delle faccende sommarie.

Come in tutte le vicende umane il tarlo della generalizzazione, foraggiato da ebbrezze mediatiche ormai di triste voga, aveva fatto il nido mangiandosi via ogni lucidità.

Quel mostriciattolo roditore ci stava consegnando la fotografia acidula di un’Arma dei Carabinieri incarnata solo e soltanto dalla solida processabilità dei militari imputati, dalle bizantine connivenze dei quadri coinvolti e dai depistaggi vagliati in punto di diritto. Da un malessere ecumenico insomma che faceva coincidere in tutto e per tutto quella divisa con le brutture di chi in date circostanze la portava addosso, quando Stefano Cucchi venne ammazzato di botte. Ovvio che un’analisi solo un filino più profonda e serena del fatto sarebbe stata sufficiente a spazzar via ogni rogo indiscriminato, ma quell’analisi aveva bisogno di perfezionarsi. E non con un protocollo, con un comunicato o un’azione giudiziaria a corredo dibattimentale, che pure sono elementi importanti ma diacci e formali.

Ci voleva una cosa umana ed empirica, ci voleva un gesto. Ed un interprete degno.

Un gesto figlio del senso del dovere

Ci è voluto lui, un maresciallone della Benemerita, di quelli che più di tutti incarnano, per battage, immagine e immaginario fattosi icona di popolo, lo spirito di una fratellanza fra Carabinieri e cittadini che centomila mele marce non scalfiranno mai. Commosso, il milite ha baciato le mani che fino a pochi attimi prima si detergevano il sale di lacrime vecchie dieci anni e ha spiegato che lui, quel gesto lo ha fatto “per giustizia”. Ha voluto scusarsi, lui che nel macello della caserma Casilina non c’entra nulla, a nome dell’Arma, per la quale presta servizio da venti anni. Si è sistemato gli occhiali su un naso che tirava su la commozione di uno di quei momenti che andrebbero spiegati ai ragazzi in aula, si è rimesso in tiro con la schiena dritta ed ha fatto quel che andava fatto.

Nulla e tutto: un perfetto baciamano a due donne che con quelle mani accarezzarono un corpo in cui scorreva il loro stesso sangue, reso freddo – dicono i giudici di primo grado – da due persone con la stessa divisa di chi chiedeva loro scusa.

E la bellezza assoluta del momento stava tutta in un fatto semplice e immenso, un fatto che chi non è carabiniere non lo potrà capire mai: lui, il maresciallo, nel macello del 22 ottobre 2009 ci si è sentito presente, in nome e per conto della divisa che lo accomuna con gli autori materiali. E ha voluto chiedere scusa, a nome di un’istituzione che sa discernere fra protezionismo, neutralità imbarazzata ed atto concreto di empatia. Grazie a lui, e solo al lui, al maresciallo con gli occhiali, ieri in 108mila hanno potuto rispondere, fieri e immacolati, con centomila labbra poggiate sulle mani tremanti di due donne distrutte: “Presente”.

Giampiero Casoni è nato a San Vittore del Lazio nel 1968. Dopo gli studi classici, ha intrapreso la carriera giornalistica con le alterne vicende tipiche della stampa locale e di un carattere che lui stesso definisce "refrattario alla lima". Responsabile della cronaca giudiziaria di quotidiani come Ciociaria Oggi e La Provincia e dei primi free press del territorio per oltre 15 anni, appassionato di storia e dei fenomeni malavitosi. Nei primi anni del nuovo millennio ha esordito anche come scrittore e ha iniziato a collaborare con agenzie di stampa e testate online a carattere nazionale, sempre come corrispondente di cronaca nera e giudiziaria.


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Giampiero Casoni

Giampiero Casoni è nato a San Vittore del Lazio nel 1968. Dopo gli studi classici, ha intrapreso la carriera giornalistica con le alterne vicende tipiche della stampa locale e di un carattere che lui stesso definisce "refrattario alla lima". Responsabile della cronaca giudiziaria di quotidiani come Ciociaria Oggi e La Provincia e dei primi free press del territorio per oltre 15 anni, appassionato di storia e dei fenomeni malavitosi. Nei primi anni del nuovo millennio ha esordito anche come scrittore e ha iniziato a collaborare con agenzie di stampa e testate online a carattere nazionale, sempre come corrispondente di cronaca nera e giudiziaria.

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