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Trivellazioni in Italia nel 2021: la penisola è pronta a diventare uno scolapasta

Il Milleproroghe lascia che società dedite al profitto senza scrupoli invadano in tutto circa 16.000 km2 di terraferma e 14.500 di mare su 300.000 km2 di penisola: quasi il 10% del nostro territorio nazionale.

trivelle in italia

Peggio non si poteva cominciare. In confronto la Tav è l’asola di una camicia. Nel Milleproroghe approvato la notte del 23 dicembre e successivamente pubblicato in Gazzetta Ufficiale, la solita “manina” ha sfilato via all’ultimo dalla bozza la moratoria sui permessi di ricerca di idrocarburi, aprendo la strada a 54 trivelle pronte, da febbraio, a ridurre terre e mari del Belpaese a un colabrodo.

Lombardia, Emilia-Romagna, Abruzzo, Puglia, Basilicata e Sicilia le regioni che si apprestano a diventare uno scavo a cielo aperto, e non archeologico come meriterebbero.

Ci si ostina a perforare il suolo, investendo miliardi alla ricerca dell’ultima goccia di petrolio, non esitando a deturpare perfino l’ecosistema delle Egadi, pur di continuare a estrarre carburanti fossili inquinanti, quando ormai anche i muri hanno capito che il futuro dell’umanità e del pianeta è nelle fonti pulite.

In lista d’attesa ci sono tutte le più importanti multinazionali del greggio, molte straniere, col fiato sul collo del governo per il via libera. Il Premio “Gruviera” spetta ad Aleanna Resources con decine di progetti sparsi in tutta Italia: evidentemente non si occupa solo di pianura padana come riposta sul sito, dove appare più simile a una associazione ambientalista che a una compagnia petrolifera.

Dove vogliono bucare

Riportiamo di seguito, divisi per regione, le istanze di permesso di ricerca con i vari pozzi in partenza: tutti battezzati con appellativi tranquillizzanti, ispirati a santi o che evocano i limitrofi borghi lussureggianti che presto non saranno più tali.

Alcuni sembrano nomi di trattorie. Scavi diretti alla ricerca del petrolio ma anche del gas naturale, fatto passare a torto come energia pulita ma in realtà appena meno inquinante del greggio. Sono tutti in attesa di valutazione d’impatto ambientale o già in fase decisoria. Parliamo di aree che coinvolgono migliaia di piccoli comuni, alcuni di grande fascino e interesse storico, immersi nel verde e fino ad oggi oasi di tranquillità.

In Lombardia è del Pavese la terra più a rischio con i 136 km2 del Gallia, perfino esonerato nel 2015 dalla presentazione della VIA, e i ben 668 km2 del progetto Rocca Susella, che da Pavia (362) sconfinano in Piemonte, con oltre 306 km2 di Alessandrino: entrambi in mano ad Aleanna Resources. Qui la lista dei paesini intaccati è incalcolabile data l’estensione della zona di traforo, grande come un’intera provincia. Ma c’è anche il Castello dell’americana Mac Oil, che scava nello stesso punto dove già Eni non ha trovato mai nulla, a ridosso delle Prealpi e del Lago Maggiore: quasi 200 km2 di territorio tra le province di Como (120) e Varese (80) che interessano una cinquantina di cittadine da Cernobbio ad Appiano Gentile, per la gioia dei calciatori dell’Inter che faranno il pieno di benzina ai polmoni. Completano lo scempio: San Grato, altri 172 km2 tra Cremona (48) Lodi (104) Milano (10) e Pavia (8), sempre in mano alla Mac Oil; Corzano di Exploenergy, 174 km2 tra Brescia (164) Cremona (10); e Gussola della Pengas Italiana, 354 km2 tra Cremona (320) e Mantova (34).

In Emilia-Romagna è il Parmense l’area più in pericolo con i 480 km2 di giacimenti Pengas Fontevivo e Santa Maria del Piano, quest’ultimo pubblicato nel Buig solo due anni fa. Anche i 535 km2 del Fiorenzuola D’Arda della Mac Oil toccano la provincia di Parma (69) pur coinvolgendo soprattutto quella di Piacenza (466). Gli altri tentativi di buco sono di Exploenergy: il progetto Reno Centese, 435 km2 tra Bologna (18) Ferrara (360) e Modena (58); e Castiglione di Cervia, 192 km2 tra Forlì-Cesena (44) e Ravenna (148).

Ma è Aleanna l’asso pigliatutto con 4 voragini da spalancare: La Stefanina, 140 km2 tra Ferrara (93) Ravenna (47); San Patrizio, 206 km2 tra Bologna (41), Ravenna (162) e un’altra fettina di Ferrara (3); Brola, 164 km2 di solo Bolognese; e Zanza, 5 km2 divisi con Petrorep Italiana e che non sono altro che il tentativo di allargare un buco già pronto a pompare, il Gradizza. “Chiude” La Risorta di Northsun Italia: 147 km2 di Ferrarese che interessano pure il Veneto, con altri 150 km2 in provincia di Rovigo.

In Abruzzo troviamo Corropoli, 151 km2 della provincia di Teramo con 20 di Ascolano, nelle Marche: il richiedente è Rockhopper Civita, singolare prolungamento centroitaliano della oil company che, tra l’altro, in questi anni sta “esplorando” con le sue trivelle pure le Falkland. Seguono: Villa Carbone, altri 68 km2 di Teramano spartiti tra Canoel Italia e Gas Plus Italiana, che di tricolore hanno solo gli uffici piazzati sul nostro territorio per meglio seguirne la distruzione; i Cipressi di Eni e Gas Plus, 144 km2 ancora tra Teramo (102) e Pescara (42); la Santa Venere di Società Adriatica Idrocarburi e di nuovo Gas Plus, 73 km2 di Pescarese; il San Rocco della Compagnia Generale Idrocarburi, 68 km2 in provincia di Chieti.

La congrega dei martiri prosegue col San Buono di Rockhopper: 263 km2 di Chietino più 473 in provincia di Campobasso, in Molise. Anche Agnone è un territorio Rockhopper condiviso dalle due regioni al confine: 337 km2 di Chieti e 410 tra Campobasso (87) e Isernia (322). Carovilli di Aleanna è l’unico completamente molisano: 564 km2 tra Isernia (558) e uno spicchio Campobasso (5).

Al Sud la mappa dei buchi futuri è più netta. In Puglia riguardano solo il Foggiano, a cominciare dai 230 km2 de Il Convento della Compagnia Generale idrocarburi, che per 183 km2 interessa ancora Campobasso. Vanno ad aggiungersi: 82 km2 della Signorella di Vittorito Petroleum; 114 della Posta del giudice di Apennine Energy; 98 della Fontana Villanella dell’immancabile Aleanna, che ne vuole altri 90 per Sciascitiello; 122 della Serra dei gatti di Canoel; 53 del Forapane Delta Energy.

In Campania i programmi riguardano soprattutto la provincia di Benevento: 333 km2 di Pietra Spaccata della Delta; 262 delle Case Capozzi, ancora Delta, che ne invadono 162 anche in Irpinia. Ma ce n’è pure per il Cilento, patrimonio Unesco: 211 km2 del Monte Cavallo di Shell Italia, di cui 51 in condivisione con Potenza.

In Basilicata, con due soli capoluoghi, il tracciato è altrettanto semplice. Nel Potentino vogliono occupare: 155 km2 con La Bicocca di Delta; 470 col Palazzo San Gervasio dell’onnipresente Aleanna; 111 di Muro Lucano della Italmin Exploration; 55 con Pignola della Shell, che ne chiede altri 76 per La Cerasa e 118 per le Grotte del salice. A farla da padrone però qui è l’ENI, pronto a conquistare: 237 km2 con Frusci, 143 con San Fele, 141 sul Monte Li Foi, 55 con Satriano, 117 con Anzi e 13, insieme alle fraterne Rockhopper e Total, con la Masseria La Rocca, che non è un ameno agriturismo.

Non scampa Matera, nelle campagne attorno alla città dei Sassi stanno per spuntare: l’Oliveto lucano della Total, 188 km2 di cui 33 ancora nel Potentino; Il Perito e La Capriola della Delta, 91 e 188; Tempa la Petrosa, ben 253 km2 che per metà finiscono nel Cosentino. In provincia di Cosenza ci sono anche Fonte della Vigna della Total, 56 km2; più Torre del Ferro (118) e Solfara Mare (337) della Apennine, che insieme s’impadroniscono di tutto il litorale calabrese da Sibari a Cariati.

In Sicilia per la terraferma, in virtù dello statuto speciale, la competenza in materia è autonoma e l’ultimo aggiornamento risale al 2018. Qui abbiamo: Masseria Frisella della solita Aleanna, 682 km2 tra Agrigento (16) Palermo (577) Trapani (88); Petralia Soprana di Eni Mediterranea Idrocarburi, consociata della casa e madre sull’Isola, 727 km2 distribuiti tra Caltanissetta (74), Enna (213) e Palermo (440); Gold della F.M.G. srl, 749 km2 tra Caltanissetta (44), Enna (694) e Messina (10); Enna della Italmin, 467 km2 di cui 31 a Catania; Biancavilla di ENI, altri 74 km2 distribuiti tra Ennese e provincia etnea; Torrente Rizzuto della Mac Oil, 692 km2 tra Agrigento (149), Caltanissetta (465) e ancora Enna (76); che assieme ai 42 del “villaggio turistico” Costa del Sole Apennine s’impossessa di tutto il corno nisseno del golfo di Gela. E ancora: Lebrino di Italmin, tra Catania (226 km2) e il gioiello di Siracusa (84). Contrada Giardinello di ENI, 380 km2 tra Catania (19) e Ragusa (361); infine Case la Rocca di Irminio, per 80 km2 di provincia iblea, dove hanno girato diverse scene di Montalbano.

Dei nostri mari si salva solo il Tirreno. In Adriatico, davanti ai lidi romagnoli, vogliono installare le loro piattaforme: Adriatic Oil, su una superficie di 431 km2; ed Eni, per altri 343 km2. Davanti alle coste marchigiane e abruzzesi spadroneggia Aleanna con 5 distinte aree di 744, 739, 716, 695 e 509 km2; ad Apennine, che nonostante il nome non disdegna il Mezzogiorno, è rimasto un “misero” specchio di 83 km2 in cui pescare greggio. Al largo della Puglia scaldano i motori 4 impianti della Global Petroleum Ltd, tutti intorno ai 750 km2; e 5 della Nothern Petroleum di cui 4 oltre i 710 km2 e uno di 264. In Salento, di fronte a Santa Maria di Leuca, proprio sotto il tacco dello stivale, ci sono altri 729 km2 impegnati da Edison.

Ce n’è pure per lo Ionio: la turbina più vicina alle spiagge è ENI, con 441 km2; poi ne vengono due dell’onnipresente Aleanna, entrambe di 749 km2. Nel Mediterraneo, davanti alla Sicilia, ce ne sono due in condivisione tra ENI e Edison, di 456 e 121 km2, una Northern di 280 km2 e poi il pozzo più controverso, firmato Audax Energy: 346 km2 tra Pantelleria e Favignana, a qualche bracciata dal paradiso delle Egadi.

Dove hanno già bucato

Capitolo a parte per le “istanze di concessione di coltivazione”, non di frutta e verdura ma di giacimenti petroliferi, là dove hanno già scavato e trovato qualcosina e aspettano di iniziare a estrarlo. Qui le porzioni di terra off limits sono ridotte a quelle limitrofe al buco da cui estrarre carburante, dopo aver crivellato e devastato l’ambiente circostante. Nel Ferrarese sono in attesa di succhiare: il già citato Gradizza fifty fifty tra Aleanna e Petrorep, 22 km2 tra i comuni di Copparo e Formignana; Agosta di ENI, 27 km2 nelle valli di Comacchio; la Valle del Mezzano di Aleanna, 49 km2 di terreni di Ostellato. E la Selva Malvezzi: 80 km2 Bolognese sparsi tra Budrio, Molinella e Medicina e gestiti dalla Po Valley Operation, braccio meccanico e operativo della Po Valley Energy. Questi ultimi due pozzi sono già in istruttoria pre-CIRM, che ha dato parere positivo.

Nella zona di Chieti abbiamo 36 km2 di Colle Santo di CMI Energia e Intergie. Infine in Sicilia due crateri Eni: Cinquevie a Ragusa (71 km2) e Piano Lupo tra la stessa Ragusa (12) più Catania (44) e Caltanissetta (5). Ci sono anche due trivelle marine pronte a ciucciare davanti alla riviera romagnola: una della Po Valley, grande 66 km2; e l’altra in condivisione tra Total Italia e Stargas Italia, di 144 km2, ferma addirittura al 1998.

Impilati così, i numeri ci fanno capire meglio la mole di interventi in arrivo e ciò che si vuole fare dell’Italia, lasciando che società dedite al profitto senza scrupoli invadano in tutto circa 16.000 km2 di terraferma e 14.500 di mare su 300.000 km2 di penisola: quasi il 10% del nostro territorio nazionale. Basteranno queste cifre a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di aggiornare la moratoria?

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