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Perugia, infettato in ospedale e morto di Covid: denuncia della figlia

L'uomo era ricoverato per un intervento di neurochirurgia. Inizialmente risultato negativo al Covid-19, un mese dopo è deceduto a causa del virus.

infettato in ospedale morto Covid
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Continua l’emergenza coronavirus: ogni giorno si registra un alto numero di contagi e in Italia resta preoccupante il numero dei decessi. È allerta in Umbria, dove dilagano le varianti del virus: Perugia e altri sei comuni sono in zona rossa.

Ed è proprio da Perugia che arriva la storia del padre di Lara Sirignano, giornalista umbra residente a Palermo. L’uomo, inizialmente risultato negativo al tampone, è stato infettato durante il suo ricovero in ospedale, dove era entrato lo scorso 25 dicembre per sottoporsi a un intervento di neurochirurgia: il 16 gennaio 2021 è morto di Covid.

Infettato in ospedale e morto di Covid

Intervistata dal quotidiano la Repubblica, Lara Sirignano, figlia della vittima, ha raccontato quanto vissuto dal padre, che lei non ha mai più potuto riabbracciare.

È una storia agghiacciante, testimonianza di un dolore straziante che non sarà mai colmato. La sofferenza della famiglia resta intima, riservata, fragile e delicata. La perdita del papà lascia un vuoto viscerale, fa soffrire e chiede risposte.

“Mio padre è entrato in ospedale il 25 dicembre del 2020 per un intervento di neurochirurgia, effettuato in anestesia locale e riuscito perfettamente, ha spiegato la figlia, la quale ha aggiunto: Ce l’hanno restituito in una bara il 17 gennaio 2021, ucciso dal Covid.

Morto da solo, senza nessuno di noi accanto”. Quindi ha dichiarato: “Qualcuno dovrà spiegare a mia madre e a me cosa è successo in quel reparto del “Santa Maria” di Perugia, dove altri cinque pazienti si sono infettati. Ho chiesto le cartelle cliniche e sto valutando se fare un esposto alla Procura di Perugia.

Lara Sirignano ha raccontato che suo padre Francesco era lucidissimo fino alla fine. L’Umbria intanto è in allarme per le varianti brasiliana e inglese.

Stando a quanto riferito da la Repubblica, nel grande ospedale perugino settanta tra medici e operatori sanitari sono risultati positivi, nonostante avessero in gran parte ricevuto la prima dose di vaccino anti-Covid.

Francesco “doveva sottoporsi a un intervento di neurochirurgia per la rimozione di un piccolo edema cerebrale. Mio padre aveva 88 anni ed era diabetico. Per il resto però, le sue condizioni erano buone. Dal 25 al 29 dicembre è rimasto nel reparto di neurochirurgia. Il 29 è stato operato. Intervento riuscito perfettamente”. La figlia era stata in contatto con lui. L’uomo aveva con sé il suo cellulare: “Ci sentivamo in continuazione”, racconta la figlia. “Naturalmente, per il Covid, nessuna di noi era potuta entrare per assisterlo. A mia madre avevano proposto di fare il tampone e poi di restare dentro l’ospedale fino alla fine della degenza. Meno male che non l’ha fatto, si sarebbe contagiata anche lei”, ha spiegato la donna. Dopo l’operazione, nel pomeriggio del 30 dicembre, “mio padre ci chiama dicendoci che in reparto c’era grande agitazione e tutti i pazienti erano stati sottoposti a tampone. Aggiungendo di aver sentito che c’erano dei casi di positività. Ripeto, papà aveva 88 anni, ma era lucido, attento, presente”.

Il primo tampone al quale l’88enne era stato sottoposto, il giorno del suo ricovero, aveva dato esito negativo. “Aggiungo che la mia famiglia abita a Corciano, un paese vicino a Perugia. Entrambi i miei genitori almeno da tre mesi vivevano chiusi in casa proprio per il timore del virus. Mia madre aveva addirittura impedito a me di tornare da Palermo per paura che potessi contagiarli, infettandomi, chissà, durante il viaggio. Paure da anziani forse, ma lo sottolineo per rimarcare quanto fossero attenti e isolati proprio in vista del ricovero di mio padre”, ha tenuto a sottolineare la figlia.

Cinque giorni dopo il ricovero, a operazione già avvenuta, l’uomo viene sottoposto a un secondo tampone. “Il 31 ci chiamano dall’ospedale dicendoci che papà era positivo. Mi sembrava inverosimile. Chiamai in reparto e un’infermiera, in modo concitato, mi rispose che non solo mio padre ma diversi altri pazienti di neurochirurgia erano positivi. Quello stesso giorno mio padre viene trasferito nel reparto Covid”, ha spiegato Lara Sirignano.

La situazione vista l’età di mio padre era apparsa subito fragile. Per quattro giorni però era rimasto asintomatico. Intorno al 3 gennaio si è invece manifestata la polmonite bilaterale e da lì è cominciata una velocissima discesa verso la morte. Vorrei però sottolineare che medici e infermieri di quel reparto sono stati eccezionali. Sono sempre stati in contatto con noi, sempre disponibili. Mio padre ha avuto ogni cura possibile. E quasi fino all’ultimo giorno siamo riusciti a comunicare con lui. Si è spento nella notte tra il 15 e il 16 gennaio. Senza di noi. Con il conforto spero dei medici del reparto, ha aggiunto.

Sui suoi sentimenti, ha confidato: “Provo il dolore della perdita, è chiaro. Papà era lucido, attivo, avrebbe potuto vivere bene ancora. Ma anche la rabbia di averlo ricoverato in un ospedale che è poi diventato la sua tomba. Per le regole della pandemia non abbiamo potuto salutarlo, l’ospedale ce l’ha restituito in una bara”.

Se si è trattato di malasanità “saranno le carte a dimostrarlo”, precisa la giornalista. Quindi ha aggiunto: “Per questo penso a un esposto in Procura. Mio padre era negativo e si è infettato in neurochirurgia. E altri pazienti hanno avuto lo stesso destino. Non ho intenzione di iniziare guerre contro chi da un anno combatte il virus in prima linea. Ma voglio capire cosa è successo in quel reparto tra Natale e Capodanno del 2020 ed evitare che la gente muoia in casa per altre patologie perché ha ormai paura di andare in ospedale“.

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