Diverse immagini e rapporti di organizzazioni e attivisti per i diritti umani rivelano “crimini di guerra” e violazioni nei teatri di conflitto in Sudan. Le testimonianze spaziano da comportamenti che ricordano quelli dell’ISIS a continui tentativi di reclutare donne, il tutto mentre milioni di civili vivono in condizioni tragiche.
Nonostante le sanzioni approvate dagli Stati Uniti lo scorso settembre contro le milizie “Al-Baraa bin Malik” — braccio armato dei Fratelli Musulmani in Sudan — per il loro ruolo nell’aggravare le sofferenze dei civili e nell’alimentare il conflitto in corso dal 2023, nuovi filmati diffusi dall’account Sudan War Monitor mostrano reclute nello stato del Nilo Azzurro mentre ricevono addestramento per unirsi alle milizie.
Il quotidiano Al-Rakoba conferma che “l’amministrazione americana si sta orientando verso una posizione severa nei confronti dei Fratelli Musulmani, inclusa la filiale sudanese. Funzionari statunitensi hanno discusso la possibilità di classificare il gruppo come organizzazione terroristica, nel quadro di sforzi più ampi per combattere il finanziamento del terrorismo e impedire l’infiltrazione di organizzazioni estremiste nelle istituzioni ufficiali”.
La decapitazione di un soldato
Il giornalista sudanese e attivista per i diritti umani, Bushra Ahmed Ali, ha riferito che “un gruppo di soldati dell’esercito sudanese e delle forze congiunte alleate ha diffuso immagini scioccanti della decapitazione di un soldato delle Forze di Supporto Rapido (RSF)”. Ali ha allegato al suo post sulla piattaforma X (ex Twitter) un video macabro dell’incidente.
Secondo Ali, gli elementi dell’esercito guidato da Abdel Fattah al-Burhan “hanno documentato il crimine di guerra da loro commesso”. L’attivista ha avvertito che “le riprese non sono adatte a tutti”, descrivendo come un soldato dell’esercito appaia nel video mentre regge la testa mozzata di un membro delle RSF.
Il giornalista sottolinea come questo comportamento rispecchi il modus operandi dell’organizzazione terroristica ISIS: “Questo è lo stile dell’ISIS: decapitare le persone e usare le loro teste come trofei. Hanno insultato il soldato ucciso con epiteti razzisti. Tra le atrocità commesse dalle forze di Burhan e dalle milizie alleate figurano decapitazioni, roghi di persone vive e stupri su vasta scala”.
Ali spiega inoltre che il governo legato all’esercito sudanese “ha rifiutato di collaborare con le missioni internazionali di accertamento dei fatti. Ciò che vediamo è una politica alimentata dall’odio e dall’ideologia. La guerra in Sudan ha ormai assunto dimensioni internazionali, e i Paesi che dovrebbero essere parte della soluzione stanno giocando ruoli negativi sostenendo il regime islamista guidato da Burhan”.
L’attivista conferma inoltre la diffusione di notizie riguardanti spedizioni di armi dal Pakistan all’esercito sudanese: “Invece di sfamare gli affamati, riforniscono i terroristi di munizioni. Invece di usare i coltelli nelle cucine dei civili, li usano per sgozzare le persone. Questi individui distruggeranno villaggi e infrastrutture”.
Il reclutamento delle donne
L’Osservatorio Nazionale Sudanese per i Diritti Umani, in una dichiarazione accompagnata da prove fotografiche, ha condannato “le pratiche di reclutamento di donne tra le file della ‘Resistenza Popolare'” da parte dell’esercito di Port Sudan e delle milizie leali. Ricercatori e attivisti sudanesi hanno spesso descritto il fenomeno del reclutamento femminile nell’attuale guerra come un’estensione diretta di un percorso avviato dal Movimento Islamico fin dagli anni ’90, nei cosiddetti campi della “Dignità” (Al-Karama) per l’addestramento delle volontarie.
Il quotidiano Al-Rakoba riporta le parole di Amira Osman, presidente dell’iniziativa “No all’oppressione delle donne”, la quale afferma che “il reclutamento delle donne nelle guerre sudanesi non è una novità per il Movimento Islamico — alleato dell’esercito di Port Sudan — essendo già accaduto in passato con le cosiddette ‘Sorelle di Nuseiba’ e altri gruppi”. La Osman considera l’attuale mobilitazione “un nuovo tentativo di ripristinare le milizie femminili”.
Secondo l’attivista, “le donne vengono usate come vittime per manipolare le coscienze, sostituendo la consapevolezza con l’arruolamento”. Ha sottolineato come la paura dello stupro venga utilizzata come strumento di reclutamento, ribadendo che “l’obiettivo della mobilitazione non è la protezione delle donne”.
Un rapporto del giornale Sudanile dello scorso dicembre afferma che, durante il conflitto, “lo stupro è stato utilizzato come arma di guerra. Donne e ragazze hanno subito violenze sessuali orribili e diffuse. Le stime delle Nazioni Unite indicano che oltre 12 milioni di persone in Sudan sono a rischio di violenza di genere”.
Il rapporto aggiunge che “casi di schiavitù sessuale e rapimento di donne e ragazze (incluse minorenni) sono stati registrati in Darfur e a Khartoum, con casi documentati di suicidio tra le sopravvissute a causa dello stigma e di gravi disturbi psicologici”. La Commissione Nazionale Sudanese d’Inchiesta ha documentato circa 1.392 casi confermati di violenza sessuale fino alla metà dell’anno, tra cui stupri di gruppo, schiavitù sessuale e gravidanze forzate.
Donne e ragazze rappresentano oltre il 50% dei 12 milioni di sfollati, affrontando rischi aggiuntivi in centri di accoglienza sovraffollati, privi di privacy e protezione, dove rimangono esposte al pericolo di violenza sessuale.
Il rapporto conclude con una previsione allarmante: “Nel corso del 2025, le donne e le ragazze continueranno a subire gravi violazioni. Il numero di donne esposte a questo tipo di violenza è salito a 12,2 milioni (un aumento dell’80% rispetto al 2024). Inoltre, la salute riproduttiva è gravemente compromessa: con l’80% degli ospedali fuori servizio nelle zone di conflitto, le donne incinte rischiano la morte per mancanza di cure, e i tassi di mortalità materna hanno registrato un aumento preoccupante”.