Il 14 aprile 2026 Paolo Barelli ha comunicato la sua decisione di dimettersi dalla presidenza del gruppo dei deputati di Forza Italia, annunciando contestualmente che la leadership alla Camera sarà affidata a Enrico Costa. La scelta arriva in un clima segnato da un’accelerazione delle nomine decisa dall’area di Arcore, dopo il risultato referendario che ha aperto la stagione del rinnovamento invocato dalla famiglia Berlusconi.
Barelli, figura nota anche per il ruolo di presidente della Federnuoto, ha avuto un colloquio di circa un’ora a Palazzo Chigi, nel corso del quale ha ribadito che la sua rappresentanza nasce dall’elezione interna al gruppo parlamentare e non da indicazioni esterne.
Nel comunicato con cui ha annunciato il passo indietro, Barelli ha sottolineato più volte la necessità che i partiti si governino «dall’interno», contrapponendo l’azione quotidiana della dirigenza alle pressioni esterne.
Sul piano personale ha smentito di aver avanzato richieste per incarichi ministeriali o per una nomina a sottosegretario, pur non escludendo la possibilità di restare attivo nel sostegno all’esecutivo guidato da giorgia meloni. Nei fatti, il gruppo alla Camera viene indicato dallo stesso Barelli in crescita numerica: dai 44 deputati iniziali fino a 54, un elemento che egli cita come segno di fiducia nella direzione politica esercitata finora.
Scontro su strategie e leadership
Il contesto organizzativo che ha condotto alla scelta di sostituire il capogruppo era già teso per via di una serie di incontri e trattative tra i vertici del partito. Il segretario Antonio Tajani si è trovato a gestire un rinnovamento forzato dall’area dei figli di Silvio Berlusconi, con Marina e Pier Silvio indicati come promotori di scelte di assetto che avrebbero dovuto imprimere una scossa dopo il ko referendario. Secondo i protagonisti, l’esigenza era di accelerare il ricambio per rinforzare l’immagine e la rappresentanza del movimento; per altri, invece, l’intervento esterno ha creato frizioni e percezioni di ingerenza. In questo quadro, il passaggio di consegne è stato accompagnato da commenti duri da parte del dimissionario che ha ricordato come il lavoro quotidiano del gruppo richieda presenza e responsabilità interna.
Il peso di Marina e Pier Silvio
La presenza pubblica dei figli del fondatore ha cambiato i rapporti interni: se da un lato è riconosciuto il loro legame affettivo e storico con il partito, dall’altro sono emerse critiche per un coinvolgimento ritenuto eccessivo nella gestione delle nomine. Marina e Pier Silvio Berlusconi sono descritti come interessati alla sorte del partito, ma per Barelli e alcuni interlocutori «è la quotidianità che fa il partito», non le indicazioni dall’esterno. Intanto a Milano si è tenuto un incontro tra Marina e il vicesegretario Alberto Cirio per definire i tempi e le modalità dei congressi regionali, una partita valutata cruciale per garantire un’unità percepita come necessaria dai promotori delle riforme interne.
La successione alla Camera e le reazioni
La convocazione dell’assemblea dei deputati per eleggere il nuovo capogruppo è stata fissata nelle ore successive all’annuncio delle dimissioni: in quella sede Barelli ha dichiarato che avrebbe formulato una proposta per la successione e confermato l’intenzione di continuare a sostenere il governo. Fonti del partito indicano Enrico Costa come il nome su cui si è trovato un «punto di caduta»: non appartenente alla fronda di minoranza rappresentata da figure come Giorgio Mulè, Giulio Bergamini o Francesco Cappellacci, Costa viene considerato capace di garantire una gestione dell’ufficio di presidenza del gruppo con esperienza e pragmatismo.
Le implicazioni per il partito
Al di là della staffetta alla Camera, la vicenda evidenzia questioni più ampie: il calendario dei congressi regionali, la coesione tra correnti e la linea politica verso le prossime scadenze elettorali. Tajani sembra impegnato in una ricomposizione delle tensioni interne e ha avviato confronti diretti con esponenti della minoranza per evitare scosse aggiuntive. Resta da vedere se la scelta di procedere con nomine decise anche dall’esterno porterà a un consolidamento dell’unità o stimolerà ulteriori divisioni. Unità del partito e tempistica dei congressi sono i due nodi che, nelle prossime settimane, diranno se l’operazione di rinnovamento produrrà stabilità o nuovi contrasti.