Il presidente israeliano Isaac Herzog ha concluso le consultazioni successive alle elezioni del 27 ottobre e ha deciso di affidare a Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e leader di Yashar, il compito di costruire una nuova maggioranza in Knesset. L’incarico verrà formalmente consegnato domani alle 17 nella sede della Presidenza, segnando un punto di svolta nella complessa danza politica che ha caratterizzato i primi mesi della settima legislatura.
Secondo la legge israeliana, Eisenkot dispone di 28 giorni per concludere le negoziazioni, con la possibilità di richiedere una proroga di ulteriori 14 giorni. Il mandato arriva sullo sfondo di un appello accorato dal premier uscente Benjamin Netanyahu, che ha insistito su un governo di unità nazionale capace di includere tutti i partiti sionisti e di difendere lo Stato ebraico.
Herzog assegna a Gadi Eisenkot il mandato di formare il governo
Nel suo discorso di conferimento, Herzog ha sottolineato che la scelta di Eisenkot è “la volontà del popolo, ed è ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento”. Ha inoltre ricordato che un esecutivo dipendente da sostenitori di Hamas non potrebbe combattere efficacemente Hamas, e che l’appoggio di gruppi antisemiti metterebbe a rischio l’identità dello Stato ebraico.
Questa dichiarazione porta alla luce la tensione tra la richiesta di unità nazionale e la realtà dei blocchi partitici.
Tempistica, possibili proroghe e obblighi legali
Il termine di 28 giorni è stabilito per evitare un vuoto di potere prolungato; tuttavia, la storia recente mostra che le proroghe sono state usate più volte quando le trattative si arenano. Se Eisenkot dovesse richiedere i 14 giorni aggiuntivi, il presidente mantiene la facoltà di concedere o rifiutare l’estensione, a seconda dell’andamento dei negoziati. Un mancato accordo entro il termine comporterebbe la restituzione del mandato a Netanyahu, riattivando il processo di formazione per il leader più votato.
Le alleanze in bilico: chi sostiene Eisenkot e chi preferisce Netanyahu
Durante le consultazioni, i rappresentanti di sei liste elette il 27 ottobre, che controllano 67 seggi su 120, hanno espresso preferenza per Eisenkot. Al contrario, i capi di quattro liste, corrispondenti a 46 parlamentari, hanno sostenuto Netanyahu. La divergenza riflette una spaccatura non solo tra le fazioni di destra e centro-destra, ma anche tra quelle che vedono nei partiti arabi una possibilità di ingresso nella coalizione.
I numeri della Knesset: 67 seggi a favore di Eisenkot, 46 a favore di Netanyahu
Il bilancio dei seggi rende evidente il vantaggio iniziale di Eisenkot: con il sostegno di tutti i partiti arabi – Ra’am (8 seggi) e Lista comune (11 seggi) – il suo conteggio salirebbe a 86, quasi il doppio rispetto al risultato di Netanyahu. Tuttavia, questi accordi sono ostacolati da voti di veto interni e da posizioni ideologiche che tracciano confini rigidi, soprattutto tra i partiti religiosi e i leader di Yisrael Beitenu.
Scenari possibili e ostacoli politici
Gli analisti, tra cui il professor Sergio Della Pergola, hanno individuato cinque percorsi plausibili. Il più semplice – una maggioranza di 61 seggi includendo il partito arabo Ra’am – è però stato scartato da Netanyahu, che ha dichiarato che “un governo che dipende dai sostenitori di Hamas non sopravviverà”. La presenza di Ra’am, infatti, è considerata un elemento di rottura per l’ala più conservatrice del Likud.
Opzione di maggioranza assoluta con i partiti arabi
Se Eisenkot riuscisse a convincere sia Ra’am che la Lista comune a sostenere il suo governo, otterrebbe 67 seggi, superando di gran lunga la soglia dei 61 necessari per una maggioranza assoluta. La difficoltà consiste nel superare i voti di veto provenienti da leader come Bezalel Smotrich (Sionismo religioso) e i gruppi ultraortodossi che hanno già annunciato una posizione di astensione o opposizione.
Governò di minoranza e ruolo di Lieberman e dei gruppi ultraortodossi
Un’alternativa più realistica è una coalizione di minoranza. Partendo dai 48 seggi di Eisenkot, bastano altri 13 per raggiungere la maggioranza semplice. L’unione con il partito di Ahmad Tibi (Lista comune) o con quello di Avigdor Liberman (Yisrael Beitenu) potrebbe produrre un esecutivo stabile, ma entrambe le figure hanno espresso titubanza: “Né Bibi, né Tibi” è il proclamo di Lieberman. Allo stesso tempo, i sette deputati di Ebraismo Unito della Torah hanno dichiarato di non indicare un premier, lasciando aperta la possibilità di un’astensione che alleggerirebbe il peso di Netanyahu nella votazione del presidente della Knesset.
Rischi di nuovo voto e impatto sul panorama interno
Se le trattative fallissero, il prossimo scenario probabile è la convocazione di nuove elezioni entro la primavera. Della parte di Netanyahu, questo potrebbe tradursi in un consolidamento dei voti di destra, poiché molti elettori di centro-destra potrebbero tornare al Likud per evitare un’ulteriore frammentazione. Al contrario, una nuova tornata elettorale rischierebbe di ridurre la partecipazione degli arabi, soprattutto se percepissero che i loro voti non si traducono in potere reale.
In ogni caso, le prossime settimane saranno decisive: la Knesset si riunirà il 10 novembre per il giuramento dei nuovi deputati e l’elezione del presidente del Parlamento. Il risultato di questi primi atti influenzerà inevitabilmente la capacità di Eisenkot di costruire un governo o, al contrario, di spingere nuovamente Netanyahu al centro della scena politica.
