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Elezioni, Giovanna Cosenza: “Le campagne elettorali in Italia? Un disastro che va avanti da 15 anni”

L'analisi della dottoressa Giovanna Cosenza, professoressa di Semiotica all'Università di Bologna ed esperta nel campo della comunicazione politica, a pochi giorni dalle elezioni del 25 settembre 2022.

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Siamo ormai entrati nella fase decisiva della campagna elettorale e, oltre a quale sarà il risultato finale delle elezioni del prossimo 25 settembre, ci chiediamo: quale dei nostri leader politici sta attuando la strategia comunicativa migliore? Ne parliamo con la dottoressa Giovanna Cosenza, professoressa di Semiotica all’Università di Bologna ed esperta nel campo della comunicazione politica.

Prendendo in considerazione tutta la campagna elettorale fino a questo momento, secondo lei quale leader si sta comportando meglio? C’è qualcosa di buono da prendere dalla loro comunicazione?

Faccio una premessa: mi lamento del livello della comunicazione politica in Italia ormai da 15 anni. Quella italiana è una “politica degli spot“, come la chiamo io, una politica che interpreta la comunicazione nel modo deteriore, per cui si crede che basti scegliere uno slogan raffazzonato, inventarsi di volta in volta dei colori (abbiamo visto variare anche l’identità cromatica dei partiti in questi anni) per comunicare.

Nel 1994 Silvio Berlusconi ha introdotto in Italia l’applicazione delle tecniche del marketing e della comunicazione commerciale alla politica e fino al 2008, quando vinse la competizione con Veltroni, era assolutamente il migliore a comunicare. Da allora ho visto solo disastri. Anche alcune star nascenti, come il presunto bravo comunicatore Matteo Renzi, che sembrava in realtà il venditore fastidioso che si presenta come “bravo venditore” e sappiamo che quando qualcuno si presenta così automaticamente diveniamo diffidenti.

Si parlava benissimo anche di Matteo Salvini, ma anche lui è andato a sbattere contro se stesso.

Ecco, a proposito di Salvini: che ne è stato della potenza social della Bestia?

Questa comunicazione ossessiva e parossistica, volta a inseguire l’onda invece che a dirigerla, l’abbiamo vista sia in Renzi che in Salvini. C’è alla base del narcisismo, una vera furia di apparire ovunque.

Questa campagna in fondo non è diversa dalle precedenti.

Detto questo, la migliore dal punto di vista della comunicazione è Giorgia Meloni. Lei gode del vantaggio di chi è stato all’opposizione, quindi non si è macchiata dei problemi con cui deve inevitabilmente fare i conti chi governa. È entrata in campagna elettorale con l’abilità comunicativa di saper moderare i toni. Ha messo da parte tutto il vigore che usava in passato.

Perché adesso ha un nuovo obiettivo.

Certamente, vuole raggiungere quell’ampia fascia di elettori moderati di centrodestra che rappresentano la maggioranza in Italia.

E che forse fino a qualche mese fa non si sentivano rappresentati da Meloni.

Esatto. Quello di Meloni è uno sforzo intelligente dal punto di vista della comunicazione. Non è detto che funzioni fino in fondo però perché è un’incoerenza rispetto alla comunicazione precedente e le incoerenze spesso si pagano. Raccoglierà un po’ di quell’elettorato moderato, ma non tutto quello che vorrebbe. Diciamo che si merita un 6+, ma oggettivamente rispetto agli altri è la più forte.

In lei come negli altri manca però la cosiddetta crisis management, la gestione della crisi. Quando c’è una crisi, quando si commette un errore, la regola numero uno è la capacità di chiedere scusa e di spiegare le ragioni dell’errore. La politica italiana non ha mai capito questa cosa. Una brava comunicatrice avrebbe come minimo chiesto scusa e spiegato il motivo della pubblicazione del video dello stupro.

Parliamo delle affissioni. Lo ritiene uno strumento vecchio o semplicemente viene utilizzato male?

È lo strumento comunicativo più antico e anche il più pervasivo, perché possiamo spegnere la televisione e non usare i social, ma non possiamo chiudere gli occhi mentre camminiamo per strada. Proprio perché sono pervasive, quando queste affissioni sono pessime aumentano la saturazione e lo scontento degli elettori. È la goccia che fa traboccare il vaso di una scarsa credibilità complessiva. Un altro grosso problema delle affissioni è che sono tutte uguali, anche nella dominanza del blu. Persino il PD all’inizio aveva deciso di usare questo colore.

Restando sul PD, come giudica la strategia comunicativa di Enrico Letta, in particolare la sua scelta di puntare tutto sull’allarme democratico e sul voto utile?

Questa è una strategia sempre pericolosa, perché significa inseguire l’agenda degli altri invece di dettare la propria. Purtroppo è stata la strategia del PD da quando cavalcava l’onda dell’antiberlusconismo. Una strategia corretta da Renzi, che però è crollato sul suo narcisismo. Nel PD di Letta c’è effettivamente una proposta positiva. La strategia del rosso e del nero di per sé non è sbagliata, perché ha lo scopo di riportare al voto coloro che da sempre vorrebbero votare il centrosinistra ma che al momento sono scontenti. Nel dibattito con Giorgia Meloni, darei appena la sufficienza a entrambi: lei ha dovuto mantenere la calma, lui avrebbe potuto incalzarla di più ma non l’ha fatto. È stato un fair play.

Passiamo a Giuseppe Conte. Premier in tempo di pandemia, è stato a capo di due governi inediti per la presenza del M5s, e ora è a tutti gli effetti leader di un partito. Dopo diversi disastri elettorali (basti pensare alle amministrative), gli ultimi sondaggi danno il Movimento in crescita.

Credo che il M5s possa essere una sorpresa a queste elezioni, non con i numeri del 2018 ma ha spazio di crescita. Conte ha lasciato Palazzo Chigi godendo di una popolarità altissima. È l’unico presidente del Consiglio ad aver ottenuto gli applausi da parte di tutti i dipendenti del palazzo. Fossi in lui io punterei su questo. Un po’ lo sta facendo, ma ha un problema: è inesperto.

La sua comunicazione è stata spesso definita artefatta, pomposa, da avvocato. È in qualche modo migliorato da questo punto di vista?

Ha imparato, anche se dovrebbe metterci più incisività. Dovrebbe puntare maggiormente sul suo più grande punto di forza: ricordare agli elettori che ci ha tirato fuori lui dalla pandemia.

Lo sta aiutando lo spostamento a sinistra?

Sì, ma hanno commesso un grande errore che è quello di non allearsi. Di là (a destra, ndr) sono forti perché sono in grado di stringere alleanze.

Se anche a sinistra scegliessero di allearsi, la partita sarebbe ancora più aperta di quanto non lo è ora, a giudicare dai sondaggi.

Ricordiamo però che i sondaggi storicamente sbagliano. Hanno sbagliato nel 2018, hanno sbagliato nel 2013, hanno sbagliato anche nella competizione tra Trump e Clinton. Sono uno strumento vecchio che andrebbe ripensato.

Questo sbarco dei leader su TikTok alla ricerca raffazzonata di un voto sui più giovani…

Non serve a niente. Non dico che non andrebbe fatto di principio, ma andrebbe fatto in modo diverso: segmentando il pubblico molto bene e facendo parlare degli attivisti del partito su temi e con un linguaggio che sia quello di TikTok, non con queste cose posticce, finte e anche ridicole. Alcuni sono dei veri e propri meme: Berlusconi fa numeri perché è un meme vivente, è lì per essere ridicolizzato. Altri casi sono ancora più gravi perché non c’è neanche la scusante della senilità, c’è solo autoreferenzialità. Penso a Calenda che fa finta di non capire il mezzo e lo denigra dicendo che su TikTok ci sono solo balletti e musiche. Ma anche Renzi, che ha fatto il solito Renzi: vuole fare il giovane ma si rende ridicolo.

Professoressa, chiudiamo cambiando tema. La campagna elettorale è stata “oscurata” dalla morte della Regina Elisabetta. Parliamo di una persona che ha attraversato diverse epoche e che in base a queste ha riadattato continuamente il proprio stile di comunicazione. Che personaggio è stata Elisabetta II dal punto di vista comunicativo?

È stata un’icona per il suo volto, per la sua eleganza, per la sua trasversalità, la sua autoironia, il suo essere fuori tempo (lo stesso istituto della monarchia lo è). L’affezione nei confronti della monarchia inglese non solo da parte dei britannici, ma da parte di tutto il mondo è un attaccamento al passato, a un tempo che non c’è più e che lei rispecchiava perfettamente. La sua è stata una longevità biografica, storica e di immagine che un po’ tutti vorremmo per noi stessi. È come credere alle favole, ascoltare una fiaba prima di addormentarci: la monarchia britannica è questo.

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