La fiera del libro di San Pietroburgo si è trasformata in un palcoscenico che racconta più della cronaca editoriale: riflette una polarizzazione culturale netta. All’esterno dei padiglioni, controlli e perquisizioni hanno scandito l’ingresso dei lettori, un promemoria della tensione che accompagna le apparizioni pubbliche di figure controverse. Tra il pubblico che attendeva uno degli scrittori più noti del paese, la sicurezza era palpabile: i visitatori venivano fatti entrare uno per uno e ispezionati, mentre cani e unità di polizia perlustravano l’area intorno ai padiglioni.
Voci protagoniste e simboli di guerra
Al centro delle attenzioni c’era Zakhar Prilepin, scrittore nazionalista noto per il suo sostegno al conflitto in Ucraina e per aver combattuto insieme ai separatisti dal 2014. Prilepin arriva in ritardo e porta con sé ombre di pericolo: aveva subito un tentativo di assassinio quando, nel maggio 2026, una bomba è esplosa sotto la sua auto.
Da allora le sue apparizioni pubbliche sono accompagnate da misure di sicurezza rafforzate. Sul palco e nelle immediate vicinanze, la narrativa promossa tende a giustificare o romanticizzare il conflitto, trasformando incontri letterari in luoghi di propaganda e celebrazione.
Poetica bellica e performance
Su uno dei palchi principali è stata proposta la cosiddetta Z-poetry, una forma di poesia di guerra che richiama la retorica e le immagini della Seconda Guerra Mondiale sovietica per legittimare la guerra attuale.
Questa produzione artistica mescola lirismo e retorica patriottica e viene spesso usata per risignificare la violenza bellica come eroismo. Un veterano in platea ha recitato versi potenti e descrittivi: immagini di cieli squarciati, corpi e aerei che si confrontano in un immaginario tragico, mentre l’assemblea applaudiva e convalidava la narrazione.
Conferenze, storie dal fronte e teorie esterne
All’interno della rassegna non mancavano presentazioni di corrispondenti e autori che descrivono la guerra con toni tra il realismo e il mito. Un corrispondente di un tabloid vicino al Cremlino ha raccontato episodi dal fronte, alternando aneddoti di sopravvivenza a letture che suggerivano una responsabilità esterna per l’escalation del conflitto. La tesi ripetuta era che soggetti occidentali avrebbero preparato lo scontro mentre la Russia tentava di evitarlo, un argomento che riecheggia le versioni ufficiali e serve a giustificare la prosecuzione dell’offensiva.
Domande sulla pace e risposte politiche
Una domanda diretta da parte di un professore universitario sulla possibilità di una pace futura ha interrotto la narrazione celebrativa. La risposta ricevuta — che la decisione appartiene ai vertici militari e politici e che negoziare con lo Stato ucraino sarebbe eticamente e praticamente impossibile — ha fatto emergere la difficoltà di discutere una via d’uscita dal conflitto in spazi dominati da autori filo-governo. L’episodio ha evidenziato come la fiera fosse meno un luogo di confronto pluralista e più una piattaforma di messaggi allineati alla linea ufficiale.
Ombre sull’editoria indipendente e casi giudiziari
Accanto ai padiglioni delle voci ufficiali, l’industria editoriale russa vive una fase di forte compressione. Gli autori critici sono molti in esilio, e le opere dissidenti sono sempre meno reperibili sugli scaffali. Recenti indagini giudiziarie e restrizioni normative hanno preso di mira case editrici e titoli ritenuti non conformi ai valori tradizionali promossi dallo Stato. Un caso citato durante la rassegna riguarda un’inchiesta aperta nel 2026 contro alcune realtà editoriali per il contenuto di un romanzo ambientato in un campo estivo sovietico; i manager sono finiti agli arresti domiciliari, alimentando una ondata di autocensura tra gli editori indipendenti.
Autocensura e scelte dei librai
I librai che ancora operano in città raccontano di ordini assortiti con prudenza, di copie accumulate nei magazzini e di una scelta consapevole di non partecipare a manifestazioni che appaiono esclusivamente legate all’agenda statale. La decisione di restare fuori dalla fiera è dettata dalla volontà di non compromettere la reputazione e la sicurezza del punto vendita. Queste scelte rivelano un settore editoriale diviso: da una parte le luci degli stand ufficiali, dall’altra la prudenza silenziosa di chi continua a pubblicare temi sensibili ma con sempre maggiore cautela.
La rassegna di San Pietroburgo resta dunque uno specchio di contraddizioni: un evento che conserva la forma di una fiera culturale ma che, nei contenuti e nelle presenze, racconta una politica culturale di Stato. Tra performance, presentazioni e pannelli con ospiti stranieri schierati, l’atmosfera suggerisce che la letteratura, in questo contesto, è divenuta uno strumento di costruzione narrativa tanto quanto una forma di espressione artistica.