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Garlasco, il consulente Redaelli smonta la Procura: "L’impronta 33 non è di una sola mano"

redaelli consulente garlasco

Garlasco, il nodo della traccia 33: la consulenza di Redaelli tra dubbi sull’attribuzione e nuove letture della scena del crimine.

Nel dibattito tecnico sull’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco, un ruolo centrale è occupato dall’analisi di Dario Redaelli, consulente della famiglia della vittima. Le sue valutazioni sulla cosiddetta “traccia 33” mettono in discussione l’impostazione della Procura e introducono una lettura alternativa delle evidenze, incidendo direttamente sul confronto tra le diverse ipotesi ricostruttive del caso.

Delitto di Garlasco: ricostruzioni della scena del crimine e nuove contestazioni difensive

Oltre alla questione della traccia 33, come riportato da Libero e Il Giorno, il consulente Redaelli contesterebbe anche la correlazione tra questa impronta e quella insanguinata rinvenuta sul gradino zero della scala, così come la ricostruzione della Procura che colloca l’aggressione proprio sulle scale.

Secondo la sua lettura, basata sulle fotografie del RIS del 2007, lo scenario sarebbe differente: l’azione violenta sarebbe iniziata in cucina, dove Chiara Poggi avrebbe cercato di allontanarsi verso l’ingresso, come suggerirebbero le tracce ematiche sul battente e la posizione delle ciabatte. Lo stesso consulente osserverebbe criticamente anche le analisi successive: “Non condividiamo molte delle conclusioni, compresa quella sul corpo spinto e sui colpi che l’omicida avrebbe vibrato sulle scale: è stata usata una fotografia inidonea, scattata alle ore 13 del 14 agosto.

La scena era stata fisiologicamente inquinata da troppi passaggi”.

Garlasco, il consulente Redaelli contesta la Procura: “La traccia 33 è un’impronta composta”

Come riportato da Libero e Il Giorno, Dario Redaelli, consulente tecnico nominato dalla famiglia Poggi, avrebbe messo in discussione uno dei cardini dell’ultima inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco. Secondo la sua analisi, la cosiddetta “traccia 33non potrebbe essere interpretata come un’impronta palmare univocamente attribuibile a un singolo soggetto, ma andrebbe letta come un segno complesso, frutto di più contatti sovrapposti. In particolare affermerebbe: “La traccia 33 è un’impronta composta, il prodotto di più contatti sullo stesso punto”. Una posizione che contrasta con l’impostazione della Procura di Pavia, secondo cui l’impronta sul muro della scala sarebbe riconducibile ad Andrea Sempio.

Approfondendo l’analisi tecnica, Redaelli sottolineerebbe come la distribuzione delle caratteristiche dattiloscopiche non sia coerente con un’unica pressione della mano. “Analizzando la conformazione della traccia 33, le componenti di valore dattiloscopico, le linee papillari, si trovano nella parte inferiore del rettangolo centrale. Ma, mi chiedo, se quella è la parte terminale, più laterale della mano destra, quello che nella traccia sta sopra da dove deriva? È una considerazione tecnica ma di logica: quella traccia è generata da più contatti, anche successivi nel tempo. Non è attribuibile ma composta”.

Questa lettura alternativa si scontra con la ricostruzione dei pubblici ministeri, secondo cui la traccia 33 sarebbe “l’impronta palmare di Sempio” e compatibile con un appoggio della mano destra, anche in relazione alle misurazioni antropometriche e all’impronta di scarpa insanguinata sul gradino zero. Nel frattempo anche la difesa dell’indagato prosegue gli approfondimenti: l’avvocato Liborio Cataliotti conferma che “Stiamo facendo un supplemento di consulenza”, esprimendo dubbi sull’attribuzione dell’impronta: “Mi domando come si possa ascriverne la paternità necessariamente, fra le tante presenti su quella parete, all’assassino”.

Parallelamente si lavora anche sulle tracce di suola, considerate invece certamente riconducibili all’omicida, con ulteriori verifiche sulla compatibilità morfologica del piede. In questo quadro, la traccia 33 resta uno degli elementi più controversi e ancora aperti del caso.