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Guerra in Ucraina, giù le mani dalla cultura

Il no dell’Ucraina a libri e musica russi è un no di Kiev all’Europa. Troppe volte “vietato” in troppo poco spazio per avere un sogno europeo che non sia una chimera sbruffona.

Volodymyr Zelnsky

Qualche tempo fa una veloce visita del presidente del Consiglio Europeo Charles Michel a Mariupol divenne occasione per un mezzo siparietto cretino che con gli orrori della guerra ebbe poco a che vedere. Roba lieve e di venia, per carità: accadde che quando Michel posò per la foto di rito con il premier ucraino Denis Shmygal ci si accorse che i due erano quasi identici in fattezze e corporatura, sembravano davvero separati alla nascita.

La cosa non ebbe importanza alcuna se non quella che di solito diamo alle intuizioni smart di buccia e non di polpa, la guerra si riprese la scena e giusto quel giorno su Mariupol arrivarono altri razzi criminali di Putin. Ma la faccenda era sembrata simbologicamente figa perché dava la cifra iconica di un’Europa che “scopre” le similitudini con l’Ucraina e si appresta darle il benvenuto nella grande famiglia degli stati che hanno messo la libertà in punta di esistenza e in punto di diritto.

Libertà come quella di espressione anche artistica che invece l’Ucraina in queste ore ha cassato e decapitato con una legge di rango parlamentare il cui testo è stato redatto proprio dal premier Shmygal, quello che assomigliava tanto ma non tanto a questo punto al suo “omologo” europeo. Già, proprio nei giorni in cui Ursula von der Leyen indica quali debbano essere le “skill” con cui l’Ue il 23 e 24 giugno sarà fiera di iniziare ad accogliere Kiev in Europa Kiev si macchia del peccato originale di tutti quelli che non riescono ad abdicare dalla propria indole primeva: il tafazzismo ideologico.

Come si è sostanziata la bottigliata sugli zebedei dell’Ucraina? Con una legge per cui vige il divieto di importazione e distribuzione di volumi e prodotti editoriali da Russia, Bielorussia e “territori temporaneamente occupati”. In pratica Kiev ha vietato i libri russi e quelli in russo anche da altri Paesi, poi ha vietato “esibizione pubblica, proiezione pubblica, manifestazione pubblica di cantanti che dopo il 1991 erano cittadini dello stato aggressore”. Troppe volte “vietato” in troppo poco spazio per avere un sogno europeo che non sia una chimera sbruffona.

Insomma, al bando ci sono andate quelle cose e quelle persone che con la guerra non hanno legami se non quello concettuale di una libertà di opinione che dovrebbe essere il presupposto unico delle nazioni che hanno in codice etico e costituzionale la pace. Non giova neanche fare l’elenco di quanti e quali autori ed opere siano stati messi all’indice con questa legge, dato il patrimonio sterminato di cultura che la Russia può vantare.

Perché il problema non è solo etico e non è solo problema ucraino, visto che le proscrizioni intellettuali non hanno lasciato immuni neanche i “civili” paesi Ue, Italia in testa. No, il problema è di strategia e boria, perché se stai per entrare in un club che ti chiede le referenze e proprio su quelle tu in crono aggressiva compi un atto strafottente vuol dire due cose: o che in quel club voi entrarci senza stare alle regole o che ad entrare in quel club ci tieni di meno di quanto non tenga a coltivarti le inimicizie, rivendicando il metodo con cui gestirle.

E alla fine accade che la Russia da cui così beceramente prendi le distanze è il paese che ti assomiglia di più e che tutto sommato chi quel giorno vide una somiglianza fra Charles Michel e Denis Shmygal prese una cantonata maiuscola. Oppure si illuse che due facce uguali facciano una visione unica.

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