Le immersioni in grotta rappresentano una delle discipline più estreme della subacquea, dove anche piccoli errori possono avere conseguenze fatali. In questo contesto si colloca il recupero dei cinque sub italiani morti nella grotta di Alimatha, alle Maldive, un intervento complesso affidato a una squadra internazionale di esperti.
Il recupero dei sub nella grotta di Alimatha alle Maldive
“Alla fine, provo un grande sollievo perché abbiamo potuto aiutare“. Con queste parole Sami Paakkarinen, tra i massimi esperti mondiali di immersioni in grotta profonda, ha raccontato al Corriere della Sera il complesso intervento di recupero dei cinque sub italiani morti nella grotta di Alimatha, alle Maldive. L’operazione, svolta insieme a Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist, si è sviluppata in condizioni estreme, oltre i 60 metri di profondità e in un sistema di cavità sottomarine particolarmente insidioso.
Paakkarinen, capace di immersioni fino a 140 metri, ha guidato una missione definita altamente rischiosa e caratterizzata da una lunga pianificazione.
Le vittime sono Monica Montefalcone, docente di ecologia all’Università di Genova; sua figlia Giorgia Sommacal; Muriel Oddenino e Federico Gualtieri, ricercatori e sub esperti; e Gianluca Benedetti, istruttore e guida del gruppo residente alle Maldive.
L’esperto ha ribadito: “L’immersione in grotta non è mai un’immersione facile. Richiede una pianificazione più accurata rispetto a un’immersione normale” sottolineando la complessità logistica e tecnica dell’intervento.
Italiani morti alle Maldive, parla il sub che ha recuperato i corpi: “Impossibile essere risucchiati nella grotta”
Paakkarinen al Corriere della Sera avrebbe anche smentito l’ipotesi di correnti capaci di trascinare i sub all’interno della grotta: “La grotta, per così dire, respira… ma non è possibile che abbia risucchiato qualcuno“. Secondo la sua ricostruzione, la visibilità e la luce naturale alle Maldive rendono evidente l’ingresso in cavità: “A 60 metri è ancora giorno. Quando entri in una grotta te ne accorgi perché cala il buio“.
Per operazioni di questo tipo sono indispensabili tecnologie avanzate come il trimix, «una miscela di ossigeno, azoto ed elio» che riduce gli effetti della narcosi da profondità, e i rebreather, dispositivi che riciclano i gas respiratori permettendo immersioni fino a diverse ore, contro i pochi minuti dell’attrezzatura standard. Tutto il materiale recuperato, incluse videocamere GoPro, sarebbe stato consegnato alle autorità per le indagini in corso.
La missione non sarebbe ancora conclusa: il team dovrebbe tornare per un’ultima immersione operativa con l’obiettivo di rimuovere corde guida e attrezzature lasciate nel sistema di grotte, oltre a mappare ulteriori sezioni della cavità. L’organizzazione Dan Europe ha precisato che ogni fase è stata guidata da due priorità: sicurezza degli operatori e rispetto per le vittime e le famiglie.