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Italiani morti alle Maldive, attrezzature e brevetti: i punti ancora da chiarire

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Indagini sugli italiani morti alle Maldive tra permessi, attrezzature e dinamiche dell’immersione: ricostruzione di cosa è accaduto.

Cinque subacquei italiani sono morti durante una spedizione alle Maldive, in un’immersione che ora è al centro di un’indagine internazionale. L’attenzione degli inquirenti si concentra sulle condizioni dell’immersione, sulla gestione dell’accesso a una grotta sommersa e sulla conformità delle attrezzature e delle certificazioni utilizzate. Le autorità stanno cercando di chiarire se si sia trattato di un errore operativo, di una violazione dei protocolli di sicurezza o di una combinazione di fattori critici.

Immersione alle Maldive: la muta corta di Monica Montefalcone al centro delle polemiche

Le analisi successive alla tragedia stanno delineando un quadro più complesso, in cui si intrecciano possibili carenze tecniche, certificazioni mancanti e dubbi sulle autorizzazioni per un’immersione speleosub a oltre 60 metri. Alcune indiscrezioni riportate ancora dal Corriere della Sera indicano che la professoressa Monica Montefalcone avrebbe utilizzato una muta corta, scelta ritenuta da alcuni esperti non adeguata a quel tipo di contesto.

Il marito, Carlo Sommacal, ha commentato la questione così: “A me non è parso strano. Alle Maldive in questo periodo il mare è caldo“, aggiungendo poi: “Non voglio più sentire congetture su di loro“.

Italiani morti alle Maldive, attrezzature e brevetti: cosa non torna

Cinque subacquei italiani hanno perso la vita alle Maldive durante una missione scientifica svolta a bordo della nave Duke of York, utilizzata dal tour operator Albatros Boat Tour.

Le indagini sono state avviate dalla Polizia di Malé insieme alla Procura di Roma, mentre l’attenzione degli inquirenti si concentra su due aspetti principali: le autorizzazioni per scendere oltre i 30 metri e la reale idoneità dei partecipanti a operare a tali profondità.

Secondo Orietta Stella, legale di Albatros, il punto decisivo non sarebbe legato soltanto ai permessi. In un’intervista al Corriere della Sera, la legale avrebbe sottolineato che la normativa locale del 2003 riguarda soprattutto le immersioni ricreative, mentre le attività scientifiche seguono criteri differenti. Il vero elemento critico, spiega, è un altro: i sub sarebbero entrati in una cavità sommersa, dove le condizioni cambiano radicalmente. “Un’immersione si definisce in caverna finché l’uscita resta visibile; diventa immersione in grotta nel momento in cui la luce scompare”. Da quel momento, affermerebbe Stella, servono dotazioni specifiche come filo guida continuo, sistemi di illuminazione ridondanti, doppio erogatore e segnalatori di orientamento. “Senza queste dotazioni”, chiarisce, “l’immersione in grotta non è conforme agli standard delle associazioni didattiche”. A questo si aggiungerebbe un ulteriore elemento: “Che io sappia, nessuno aveva una preparazione specifica per l’immersione in grotta”.

Resta aperta anche la questione su chi abbia guidato la scelta di entrare nella cavità, con il capobarca e istruttore Gianluca Benedetti al centro degli accertamenti. La stessa Stella ha dichiarato: “Ho la mia idea, ma aspetto le indagini”, aggiungendo che “i computer e le GoPro ci diranno cos’è accaduto”.

Un altro elemento discusso riguarderebbe l’attrezzatura: alcune immagini mostrerebbero l’uso di mono-bombole da 12 litri. In condizioni di profondità elevate, il consumo d’aria aumenta in modo significativo: a 50–60 metri può superare i 100 litri al minuto, rendendo necessarie configurazioni più complesse come bi-bombole e gas specifici come il Trimix, miscela di ossigeno, azoto ed elio utile per ridurre la narcosi da profondità.

Le squadre di recupero del gruppo DAN Europe pare abbiano segnalato l’assenza di una linea guida continua nella cavità. Nel linguaggio tecnico, questo significa mancanza del cosiddetto “Filo d’Arianna”, fondamentale per l’orientamento in ambienti privi di luce naturale. Sarebbero stati rinvenuti solo frammenti di vecchie corde non utilizzabili, mentre non è chiaro se il gruppo abbia installato una propria sagola prima dell’ingresso.