Povertà e azienda potrebbero sembrare un ossimoro, due parole di significato opposto, le quali si contraddicono creando un forte contrasto o un corto circuito semantico. Eppure la prima può essere di ispirazione alla seconda.
Economia civile, cos’è: farsi povero in azienda
Nell’ambito dell’economia civile, il valore del “farsi povero” — spesso inteso come scelta consapevole di spoliazione o sobrietà — non viene tradotto come indigenza, ma come una scelta strategica di libertà e relazionalità.
Questa visione ribalta la concezione classica della povertà come mera mancanza di reddito, interpretandola invece come uno strumento per riumanizzare l’economia. Invece di accumulare ricchezza, il “farsi povero” si traduce in una gestione dei beni finalizzata alla relazione e non al possesso, seguendo la tradizione dell’etica economica medievale e francescana.
Imprese sociali, come funzionano
La povertà scelta (o “povertà civile”) viene tradotta in una liberazione dalla frenesia dell’accumulo per concentrarsi sulla qualità della vita e sulla creazione di valore relazionale, essenziali per la vera felicità. Il “farsi povero” è l’anima delle imprese sociali, dove l’obiettivo non è il profitto massimo (povertà di senso), ma la creazione di bene comune.
In questo contesto, le risorse sono messe a disposizione per la comunità. Più che un’assenza di beni, il “farsi povero” è visto come una condizione che genera nuove opportunità, relazioni e soluzioni cooperative, superando il modello egoistico di mercato.
“Farsi povero”, strategia aziendale
Per un’azienda, l’atto di “farsi povero” trascende il semplice esercizio di tagli o di una “semplice” ottimizzazione dei costi. È al contrario un percorso molto più arduo, ma intrinsecamente nobile, che richiede una profonda trasformazione culturale e strategica. Non si tratta di una misura contabile o di una momentanea austerità: è l’imperativo etico di spogliarsi della retorica aziendale, delle sovrastrutture burocratiche e delle pretese di grandezza fine a sé stesse.
Questo processo di “povertà aziendale” è la ricerca attiva di una sobrietà operativa e strutturale che non sia volta al mero risparmio, ma che si traduca in un beneficio tangibile per tutti gli stakeholder: dipendenti, clienti, fornitori e la comunità. Significa rifiutare i privilegi riservati a pochi, che spesso generano inefficienze e squilibri, per abbracciare un modello più equo e sostenibile. È la messa in discussione di ogni spesa, di ogni processo, di ogni gerarchia, per valutare se essa contribuisca realmente al valore essenziale che l’azienda intende creare, o se sia semplicemente un costo di mantenimento della propria immagine o delle proprie inefficaci consuetudini.
San Francesco d’Assisi e l’impresa
Ritornando all’ispirazione francescana, il concetto di “farsi povero” acquisisce una dimensione rivoluzionaria e dirompente. San Francesco d’Assisi non si limitò a dispensare l’elemosina, un atto puramente assistenziale e che mantiene inalterate le distanze sociali e strutturali tra il donatore e il ricevente. La sua rivoluzione consistette nell’abbraccio del lebbroso il gesto estremo di immedesimazione e di abbattimento di ogni barriera fisica, sociale e spirituale. Egli scelse di diventare povero, di vivere la condizione del marginale, per comprendere a fondo e agire dalla radice del problema.
Etica e CSR
Trasposto nel contesto aziendale, questo significa che l’impresa non deve limitarsi a “fare beneficenza” o a implementare superficiali politiche di Corporate Social Responsibility (CSR) che non incidano sul core del suo modello di business. La vera “povertà aziendale” impone di ridisegnare la catena del valore in modo che sia intrinsecamente etica, equa e rispettosa. Richiede di eliminare le opacità decisionali e finanziarie per operare alla luce del sole; rimuovere tutte le attività che non generano valore reale per il cliente o la società, canalizzando le risorse verso ciò che è cruciale; ridurre il divario tra le retribuzioni e i privilegi ai vertici e alla base dell’organizzazione; adottare una sobrietà nell’uso delle risorse, andando oltre la compliance normativa per minimizzare l’impatto ambientale e sociale, trattando la scarsità come una condizione strutturale e non temporanea. In sintesi per l’azienda “farsi povero”è un atto di coraggio che la libera dalla schiavitù dell’eccesso e la riconnette con il suo scopo primario, rendendola non solo più agile ed efficiente, ma profondamente più umana e significativa. Il “farsi povero” significa spogliarsi del superfluo per arricchirsi di relazioni e di senso, trasformando il valore economico in valore relazionale.
In questo anno francescano, ispirato dagli ideali di semplicità e umiltà i promossi da San Francesco d’Assisi, sarebbe un segnale potente e profondamente trasformativo vedere le nostre aziende scegliere la “strada della povertà”, ovviamente intesa non come indigenza o fallimento economico, ma come strategia etica e operativa. A noi il coraggio di questo abbraccio.