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L’epidemia silenziosa ma letale dei disturbi alimentari

Di disturbi alimentari si muore: 4mila decessi all'anno, per la precisione. La seconda causa di morte tra gli adolescenti, dopo gli incidenti stradali. Un nemico invisibile e tanto, troppo difficile da sconfiggere. Ma, con gli strumenti giusti, non impossibile. 

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Scommetto che non ve la ricordate, la prima volta che avete saltato un pasto per sentirvi meno in colpa. O magari per imitare l’amica sempre a dieta o per emulare quella magra di natura, quella che un po’, sotto sotto, odiate per questo.

La prima volta che siete riuscite a entrare in quella taglia in meno dei jeans, un paio di pantaloni che brillano come la medaglia d’oro di chi ce l’ha fatta, di chi ha resistito al bisogno primordiale di nutrirsi per votarsi al Dio del controllo.

Probabilmente ricorderete, invece, la prima volta che la bilancia ha cominciato a scendere fino al numero che volevate vedere voi, e poi ancora, e ancora.

I primi commenti, i primi “stai proprio bene”, nella vostra testa le prime conferme che prima non stavate bene affatto e che questa – questa lastricata di dolore e di rinunce – è la strada giusta.

Ricorderete la prima volta che vi siete dovute sedere durante una serata con le amiche perché proprio non avevate la forza di reggervi in piedi. Forse, in quell’occasione o in altre, siete anche svenute: anche qui c’è una prima volta, che magari non è stata l’ultima.

Qualcuno ricorderà i primi tentativi di vomitare, magari dopo un episodio di binge, dopo una perdita di controllo (naturale quando di controllo se ne esige troppo). C’è chi ricorda anche la prima corsa in ospedale, la paura negli occhi di chi vi vuol bene, la soddisfazione nei propri perché allora sì, sono sulla strada giusta.

Quasi tutte ricorderanno la prima volta che hanno cercato su Google le parole “pro Ana”, pro anoressia.

Perché in fondo c’è una tecnica per tutto, anche per distruggersi l’anima e il corpo, e questi gruppi servono proprio a questo: a distruggere. Come se la malattia da sola non facesse abbastanza.

Sì, la malattia. È ora di chiamare le cose con il proprio nome, di non relegare tutto a un ambito (quello della moda, della danza, della televisione), a una fase (quella adolescenziale) o a un genere (quello femminile). È il momento di smetterla di etichettare i disturbi alimentari come una moda, di banalizzarli riportandoli al semplice desiderio di essere più magri, di apparire come modelli e influencer.

I disturbi alimentari sono una malattia mentale, tra le più letali che ci siano. Lo sono se non si interviene in tempo, e non da soli. Ci vuole supporto, un team di esperti che ti prenda sotto la sua ala. Ci vuole una forza di volontà enorme per imparare a non credere a quello che ti dice la tua stessa mente, a non fidarti dei tuoi occhi. A non fidarti anche di un mondo che grida alla body positivity ma poi ti impone di essere magra, sempre più magra. Non fidarti neanche di quei fantomatici coach che ti suggeriscono docce gelate e non più di 500 calorie al giorno. Nell’illusione di una felicità che nessun numero sulla bilancia potrà mai darti davvero.

Di disturbi alimentari si muore: 4mila decessi all’anno, per la precisione. La seconda causa di morte tra gli adolescenti, dopo gli incidenti stradali: un’epidemia silenziosa. Di anoressia, bulimia e altri DCA si muore anche grazie al sedicente medico di Trieste e a tutti i siti, blog e chat sommerse con cui ragazzi e ragazze si tengono compagnia e si scambiano consigli (pericolosissimi). Si muore anche per la sottovalutazione che si fa di queste malattie e per la loro “glamourizzazione” in una società in cui la perfezione e il controllo rappresentano, ancora e purtroppo, l’ideale da raggiungere.

Si muore perché ancora, troppo spesso, questi disturbi non li capiamo, li attribuiamo alle cause sbagliate (non è fame di cibo, è fame d’amore) e ci troviamo inermi, con le armi spuntate, davanti a un nemico invisibile e tanto, troppo difficile da sconfiggere. Ma, con gli strumenti giusti, non impossibile.

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