Il governo italiano ha varato una riforma significativa che modifica i criteri di imputabilità per i minorenni tra i 14 e i 18 anni. La decisione, promossa dalla presidente del Consiglio Giorgia meloni e dal ministro della Giustizia Carlo Nordio introduce un cambiamento sostanziale nella valutazione della capacità di intendere e di volere dei giovani coinvolti in procedimenti penali.
La riforma interviene sull’articolo 98 del codice penale e sull’articolo 9 del Dpr 448 del 1988 stabilendo che la capacità di intendere e di volere degli ultra-quattordicenni non dovrà più essere accertata preventivamente in ogni singolo caso. Invece, si presumerà che tale capacità esista, salvo prova contraria.
L’inversione dell’onere della prova
Fino a oggi, per un ragazzo tra i 14 e i 18 anni, il giudice doveva verificare caso per caso se al momento del fatto fosse effettivamente in grado di comprendere il significato delle proprie azioni. Con la nuova legge, questo approccio viene ribaltato. Come ha spiegato il ministro Nordio, “oggi la imputabilità del minore deve essere accertata positivamente caso per caso.
Con questa norma noi invertiamo l’onere della prova, nel senso che diamo per presupposta una presunzione di capacità di intendere e di volere per l’ultra-quattordicenne infra-diciottenne salvo ovviamente la prova contraria”.
Questo significa che, in assenza di elementi contrari, si presumerà che un giovane tra i 14 e i 18 anni sia in grado di intendere e di volere. La responsabilità penale, fissata a 14 anni, rimane invariata, così come la riduzione della pena prevista per i minori ritenuti imputabili.
Le parole di Giorgia Meloni
Presentando il provvedimento, la presidente del Consiglio ha sottolineato che il cambiamento riguarda soprattutto il criterio con cui viene affrontato il giudizio sull’imputabilità. “Il nostro ordinamento prevede attualmente che un minore tra i 14 e i 18 anni risponda di un reato solo se un giudice accerta che fosse capace di intendere e di volere. Con questo provvedimento quella capacità si presume sempre. Significa che si potrà ancora dimostrare il contrario davanti a un giudice ma il punto di partenza cambia. Prima si presumeva l’incapacità, oggi si presume la responsabilità”, ha detto Meloni.
La norma mantiene aperta la possibilità di accertare l’eventuale incapacità del minore al momento del fatto, qualora dagli atti del procedimento emergano elementi in tal senso. Tuttavia, il vero cambiamento è rappresentato dall’inversione della prospettiva iniziale: se finora il sistema partiva dalla necessità di verificare l’esistenza della capacità di intendere e di volere, con il nuovo meccanismo si presume che tale capacità ci sia.
Le implicazioni pratiche della riforma
La riforma introduce una presunzione di capacità per i minorenni tra i 14 e i 18 anni, invertendo l’onere della prova. Questo significa che, in assenza di prove contrarie, si considererà che il giovane fosse in grado di comprendere le conseguenze delle proprie azioni. Tuttavia, rimane la possibilità di dimostrare il contrario attraverso le indagini o il processo.
Questa modifica potrebbe avere un impatto significativo sui procedimenti penali che coinvolgono minorenni, rendendo più rapida la valutazione della loro imputabilità. Tuttavia, è importante sottolineare che la responsabilità penale rimane fissata a 14 anni, e la riduzione della pena per i minori imputabili è confermata.
La riforma rappresenta un passo importante nella ridefinizione dei criteri di imputabilità per i minorenni, allineando l’Italia a standard internazionali che prescrivono una maggiore attenzione alla capacità di intendere e di volere dei giovani coinvolti in procedimenti penali.
