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Non esistono latitanti imprendibili, solo fiancheggiatori bravi

Messina Denaro Matteo

Non esistono latitanti perfetti ma esistono fiancheggiatori bravi, complici studiati e fedeli e sistemi che alla lunga finiscono col diventare più efficienti dei ceffi che devono proteggere.

Non esistono latitanti perfetti ma esistono fiancheggiatori bravi, complici studiati e fedeli e sistemi che alla lunga finiscono col diventare più efficienti dei ceffi che devono proteggere.

Ed è esattamente questo il motivo per cui tutti quelli che nell’arresto di Matteo Messina Denaro ci vedono una “mezza vittoria” figlia dello sbrago di un fuggitivo stanco e malaticcio sbagliano di grosso. Sbagliano perché non vedono – o fingono di non vedere tarantolati dal “furor” dei social – che ci sono sempre state due realtà a governare i piani si cui si svolge la lotta alla mafia o al crimine organizzato in genere.

Ci sono due Sicilie, due Campanie e due Lombardie e si, ci sono perfino due Svezie e due Poli Nord quando si parla di mafia.

Perché non esistono latitanti imprendibili

Ci sono quelli che le odiano concettualmente ma in maniera neutra e passiva e quelli che le amano e le proteggono visceralmente ma in maniera attiva. E questi ultimi sono di meno ma “migliori”, nel senso che sono più funzionali.

Il comune cittadino perbene altro non può fare che seguire l’usta etica de “la mafia è una montagna di merda”, ma il colluso che deve proteggere la latitanza di un boss e che deve scegliere negli anni chi raccoglierà il suo testimone è un esecutore micidiale. Ecco perché i latitanti durano fin quanto il “face advancing” non ci rimanda immagini di canuti, grigi ragionieri che prima avevano il sangue perfino sulla faccia, non perché lo Stato arrivi tardi come scrivono gli studiati dei social, ma perché quelli che stanno contro lo Stato sono legione e sono fanaticamente fedeli al loro dominus.

E poi perché troppo spesso quelli che aspirano alla giustizia non concorrono a realizzarla e stanno zitti, in attesa di giudicare ma mai pronti ad essere parte attiva nel processo che porta al giudizio, si chiama omertà e della mafia è ancora l’ancella più fedele assieme alla sua sorella cretina cupidigia.

I complici e il ruolo cruciale che hanno

Dove sarebbe andato U’ Curtu Riina se non avesse avuto i Ganci del quartiere La Noce che lui giustamente diceva di “tenere nel cuore” e centinaia di concittadini che, pur non “punciuti”, in lui vedevano un uomo a proteggere? Che fine avrebbe fatto Binnu Provenzano se il nipote Carmelo Gariffo non si fosse barcamenato per anni fra ricotte e pizzini di cui essere postino? E Matteo Messina Denaro sarebbe stato sicuro e tronfio nella clinica dove lo hanno preso quei sant’uomini di Ros e Gis se non avesse avuto Giovanni Luppino, un inerte ulivicultore del Belice, a fargli da autiere e fantesca? Avrebbe potuto girare per 30 anni in Sicilia se una parte spuria e minoritaria della stessa non gli avesse fatto bordone?

Il conto del piccolo Giuseppe

Il sunto è che dovremmo iniziare a chiederci dove finisce la sicumera nel giudicare tardiva l’azione dello Stato e dove inizia lo specchio nel quale non vediamo più quanto sia marcia la società che non è mafia, ma che alla mafia da sempre dà una mano. E magari finirla di dire e scrivere “tanto era vecchio”, perché noi, gli italiani, lo Stato, quelli buoni o anche solo quelli neutri, a quel tipo là abbiamo un contro da presentare.

In nome di Giovanni, Paolo, di quelli morti con loro e di decine di altri morti che abbiamo pianto ma senza farceli mancare troppo evidentemente. E in nome del piccolo Giuseppe, che, dovunque sia adesso, lì ci è andato a 12 anni liquefatto ed anche per ordine di chi oggi è chiamato a pagare.

Pagare tutto.