Il lavoro part-time, in particolare quando accompagnato da retribuzioni contenute, può incidere in modo rilevante sull’accesso alla pensione 67 anni. Non è infatti il numero di ore lavorate a determinare il diritto alla pensione, ma la quantità di contributi effettivamente accumulati nel corso della carriera: livelli salariali bassi possono quindi rallentare il raggiungimento dei requisiti necessari e prolungare i tempi di uscita dal lavoro.
Pensione a 67 anni: soglie contributive e conseguenze nel lungo periodo
Per il 2026, l’INPS ha fissato un minimo giornaliero di retribuzione pari a 58,13 euro, equivalente al 40% del trattamento minimo mensile, pari a 611,85 euro. Questo valore definisce anche la soglia settimanale necessaria per ottenere il pieno accredito contributivo, che si aggira intorno ai 244 euro. Guadagni inferiori comportano un riconoscimento parziale delle settimane lavorate, riducendo il totale dei contributi maturati. In termini mensili, ciò corrisponde a un reddito inferiore a circa 1.000 euro: al di sotto di questa cifra si rischia di accumulare contributi incompleti e di posticipare l’accesso alla pensione.
Nel lungo periodo, questo meccanismo può allungare sensibilmente la carriera lavorativa: ad esempio, con uno stipendio di 800 euro mensili si ottengono circa 39 settimane contributive all’anno, richiedendo oltre 26 anni di lavoro per raggiungere i 20 anni necessari alla pensione. Con un reddito di 600 euro mensili, le settimane riconosciute scendono ulteriormente a circa 29 all’anno, rendendo necessari più di 35 anni di attività. Tale situazione riguarda soprattutto i lavoratori entrati nel sistema dopo il 1° gennaio 1996, per i quali diventa fondamentale monitorare l’accredito dei contributi e valutare eventuali integrazioni, come versamenti volontari o periodi lavorativi aggiuntivi, per evitare di dover rinviare l’uscita dal lavoro oltre i 67 anni.
Pensione a 67 anni, chi rischia di non prenderla: il caso da non sottovalutare
Svolgere un’attività lavorativa a tempo parziale può incidere in modo rilevante sulla futura pensione, in particolare per chi percepisce compensi contenuti. Come indicato dall’INPS, e riportato da Money.it, ciò che determina il diritto alla pensione non è il numero di ore svolte, bensì l’ammontare dei contributi effettivamente versati nel corso degli anni lavorativi. Quando il reddito annuo resta al di sotto di una soglia minima stabilita ogni anno dall’ente, l’annualità contributiva non viene riconosciuta in modo completo. Di conseguenza, chi per lungo tempo percepisce retribuzioni basse rischia di non accumulare i contributi necessari per accedere alla pensione di vecchiaia a 67 anni, con la possibile necessità di prolungare l’attività lavorativa.