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Perché tassi più alti non risolvono l’inflazione: dalle mosse della Fed alla scelta della BoE

Perché tassi più alti non risolvono l’inflazione: dalle mosse della Fed alla scelta della BoE

Un'analisi sulle motivazioni dietro le recenti decisioni delle grandi banche centrali: perché l'inflazione è trainata da shock di offerta e geopolitica, come la Fed ha cambiato tono sotto la guida di Kevin Warsh e perché la Bank of England preferisce sostenere l'economia reale mantenendo i tassi fermi.

Negli ultimi mesi le grandi autorità monetarie hanno adottato decisioni che sembrano andare in direzioni diverse, ma che condividono un punto comune: la percezione di un rischio strutturale più che transitorio per i prezzi. L’inflazione ha ripreso vigore in diverse aree: negli Stati Uniti raggiunge il 4,2% a maggio, mentre nell’area euro si attesta intorno al 3,2%.

Dietro questi numeri non c’è solo l’ultimo conflitto geopolitico, ma un fenomeno più ampio fatto di tensioni commerciali, riorganizzazione delle catene produttive e crescenti costi energetici.

Geopolitica e offerta: le radici dell’inflazione attuale

La dinamica inflazionistica attuale è in larga parte alimentata da shock di offerta e non da eccessi di domanda. La frammentazione della globalizzazionei tentativi di rilocalizzazione industriale, e la competizione sulle risorse strategiche stanno aumentando i costi di produzione e logistica.

A questo si aggiungono i prezzi dell’energia e delle materie prime, sensibili a crisi regionali come quelle mediorientali e al conflitto in Ucraina. In questo contesto, misure strettamente monetarie rischiano di essere inefficaci sulle cause reali dell’aumento dei prezzi.

Per molte economie la conseguenza è duplice: alzare i tassi può frenare investimenti e consumi proprio quando la domanda interna è già fragile, ma non agisce direttamente su fattori come i dazi o le interruzioni nelle catene di fornitura.

La scelta di alcune banche centrali di privilegiare la stabilità monetaria a scapito della crescita riflette inoltre la necessità di sostenere rendimenti finanziari cruciali per il funzionamento del sistema pensionistico, delle imprese e del mercato immobiliare.

La Federal Reserve: fine della “Fed Put” o nuovo strumento per finanziare il debito?

Con l’arrivo della nuova leadership alla Federal Reserve è cambiato il linguaggio operativo: eliminata la forward guidance e sospeso il tradizionale “dot plot” come strumento di comunicazione, la banca centrale ha voluto sottolineare un ritorno al mandato anti-inflazione. I tassi ufficiali sono rimasti fermi nella fascia 3,50%-3,75%, ma la maggior parte dei membri del comitato prevede ulteriori rialzi entro l’anno.

La retorica più rigorosa ha però generato un paradosso di mercato. I rendimenti dei Treasury a 10 anni sono scesi fino al 4,44% nonostante l’aspettativa di tassi più alti: l’incertezza ha spinto molti investitori verso la sicurezza dei titoli pubblici statunitensi. Contemporaneamente i rendimenti a 2 anni sono saliti intorno al 4,20%, riflettendo la prospettiva di tassi elevati nel breve termine. Questo spostamento può avere un effetto politico ed economico rilevante: costringere i capitali a rifugiarsi nel debito pubblico riduce il costo effettivo di finanziamento del deficit statunitense, trasformando una retorica restrittiva in un meccanismo che, paradossalmente, agevola il ricorso al mercato per sostenere il debito.

La prova del tempo per la Fed

La vera verifica per la nuova strategia arriverà quando la stretta monetaria inizierà a far salire la disoccupazione o a provocare forti cadute azionarie. Storicamente, gli annunci fermamente anti-inflazione sono stati talvolta rivisti quando la pressione politica e sociale per evitare recessioni si fa sentire. L’assenza di impegni espliciti a intervenire in caso di shock di mercato segnala comunque una volontà di rompere, o quantomeno riequilibrare, la precedente dipendenza dei mercati dalla protezione federale.

Bank of England: tassi fermi al 3,75% per sostenere crescita e lavoro

Nel Regno Unito la Bank of England ha scelto una strada diversa, decidendo di mantenere i tassi al 3,75% e di accettare che l’inflazione possa restare sopra l’obiettivo del 2% per un periodo. La decisione è stata presa nella convinzione che il rischio politico ed economico di una stretta aggiuntiva — con impatti su mutui, spesa delle famiglie e domanda aggregata — sarebbe stato più dannoso del persistere di una inflazione moderatamente più alta.

I dati reali illustrano la complessità del quadro: a maggio le vendite al dettaglio sono rimbalzate dell’1,2%, ma questo recupero è stato trainato da acquisti legati al clima e ai beni non alimentari. Le vendite di generi alimentari, indicatore delle tensioni sui bilanci familiari, sono invece calate dello 0,4%. La scelta della BoE è quindi ancorata a una valutazione pratica: proteggere l’economia reale e il mercato del lavoro da contraccolpi che rischierebbero di alimentare instabilità politica e sociale.

Il mosaico delle politiche monetarie globali mostra una verità chiara: non esiste un’unica ricetta tecnica. Tra la priorità di tenere bassi i prezzi, il bisogno di sostenere rendimenti e la necessità di preservare la crescita, le banche centrali stanno navigando in un contesto dove la geopolitica e i problemi di offerta richiedono risposte più ampie della sola politica dei tassi.

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