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San Michele ospita i nuovi 41-bis: l’operazione Klepsydra in Italia

San Michele ospita i nuovi 41-bis: l’operazione Klepsydra in Italia

Fuga di sicurezza: l’Italia riunisce i 41-bis in una sola prigione, ma a che prezzo per i diritti dei detenuti?

Il 24 ottobre è stato il giorno in cui il Gruppo Operativo Mobile ha condotto l’operazione Klepsydra trasferendo numerosi capi di organizzazione criminale al carcere di San Michele di Alessandria. Si tratta della terza tappa del progetto Kairos, voluto dal Ministero della Giustizia, che prevede di concentrare circa 750 detenuti sotto il regime 41-bis in sette strutture di massima sicurezza.

Operazione Klepsydra: la terza fase del piano Kairos

L’intervento si inserisce in una sequenza di operazioni – ARGUS (giugno), ALTO IMPATTO (settembre) – che ha già spostato più di 200 detenuti da istituti sparsi in Lombardia, Piemonte, Puglia e Lucca. L’obiettivo dichiarato è isolare i capi di cosca per spezzare i canali di comunicazione con l’esterno.

A San Michele, la struttura è stata scelta perché dispone di spazi facilmente riconvertibili in celle singole, requisito fondamentale del regime di isolamento totale previsto dal 41-bis.

Da Vigevano a Cagliari, la catena dei trasferimenti

Nel 27-28 l’operazione ARGUS ha portato 128 detenuti a Vigevano; nel 5-6 settembre 2026 ALTO IMPATTO ha spostato 88 soggetti nella nuova sezione di Cagliari-Uta.

Il 24-25 ottobre è stato il gran finale, con l’impiego di 250 unità di Polizia penitenziaria e 50 mezzi terrestri per garantire la continuità della custodia e la gestione logistica dei trasferimenti a San Michele.

Conseguenze per i detenuti 41-bis

Secondo Perla Allegri, Coordinatrice nazionale dell’Osservatorio delle condizioni detentive dell’Associazione Antigone, lo spostamento lontano dal territorio di provenienza mette a dura prova i legami familiari. «Al 41 bis c’è un solo colloquio al mese con la famiglia, con il vetro divisorio», ricorda Allegri, aggiungendo che tutti i colloqui sono videoregistrati e trascritti e la corrispondenza è scrupolosamente controllata. Lontano da casa, la distanza rende quasi impossibile il mantenimento dei rapporti, soprattutto perché i trasferimenti su un’isola o su un istituto isolato comportano costi e difficoltà logistiche notevoli.

Il carcere di San Michele, prima dei trasferimenti, ospitava il centro Agorà e la cooperativa Idee in Fuga, luoghi dove i detenuti potevano partecipare a corsi di formazione e progetti di lavoro. Con l’arrivo dei nuovi 41-bis, queste attività sono state chiuse, privando i soggetti di opportunità concrete di reintegrazione sociale. “Questo toglie di fatto qualsiasi forma di protesta non violenta ai detenuti”, osserva Allegri, citando l’articolo 41-bis che permette un solo colloquio mensile.

Sovraffollamento e diritti dei privati

Gli ultimi dati mostrano un quadro allarmante: a ottobre 2026 il numero totale di persone detenute in Italia supera i 66 mila, contro i 46 300 posti disponibili, con un tasso di sovraffollamento che oscilla tra il 144 % e il 149 %. In strutture come quelle di Puglia, Lombardia, Piemonte e Lucca la situazione supera persino il 200 %, obbligando le autorità a ricorrere a “letti a castello” per accogliere tutti i soggetti.

Il fenomeno non risparmia neanche gli Istituti Penali per Minorenni (IPM): da 380 ragazzi a fine 2022, il numero è salito a quasi 578 entro agosto 2026. Il decreto Caivano ha infatti esteso l’uso della custodia cautelare ai minori e ha consentito il trasferimento dei diciottenni nei carceri per adulti, annullando di fatto il percorso pedagogico previsto per i giovani.

Il contesto è ulteriormente aggravato dal decreto sicurezza del 2025, che ha introdotto più di 55 nuovi reati e 60 aggravanti per il mondo carcerario, abolendo il rinvio obbligatorio della pena per le donne incinte e le madri con bambini piccoli. Oggi, più del 30 % dei posti nelle carceri femminili è occupato da madri, con i figli costretti a vivere nelle celle, un evidente regressivo rispetto ai livelli registrati durante la pandemia.

La somma di questi fattori – trasferimenti massivi, chiusura delle attività di reinserimento, sovraffollamento cronico e l’introduzione di reati che limitano la protesta – dipinge un quadro in cui il «piano Kairos» rischia di trasformare i nuovi poli di sicurezza in isole-carcere simili a quelle degli anni ’90, come Asinara e Pianosa. Il CEDU ha già condannato l’Italia nel 2013 per tortura e trattamenti inumani; oggi, la direzione attuale sembra allontanarsi ulteriormente dagli standard europei di rispetto dei diritti umani.

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