Il caso di Abderrahim Fakir, il 42enne morto il 19 luglio durante un intervento di polizia a Bologna, torna al centro dell’attenzione dopo la perizia medico-legale e le scuse pubbliche di uno degli agenti coinvolti.
La perizia sulla morte di Fakir: l’asfissia e la compressione durante il fermo
Secondo la consulenza medico-legale disposta dalla Procura di Bologna, Abderrahim Fakir è morto per insufficienza respiratoria acuta, in un quadro aggravato dall’intossicazione da cocaina e da una grave patologia cardiaca preesistente.
Tra i fattori che hanno contribuito al decesso, i consulenti indicano anche l’agitazione psicomotoria, l’ipertermia e la posizione prona mantenuta durante il contenimento a terra. La permanenza in quella posizione, durata circa sei minuti e 27 secondi, avrebbe ridotto ulteriormente la capacità respiratoria dell’uomo, già compromessa dalle sue condizioni di salute. «I periti hanno detto che l’asfissia è stata la causa vera della morte e gli è mancata l’aria perché è stato compresso», ha riferito all’AGI l’avvocato Fabio Anselmo, che assiste i familiari della vittima.
Gli esperti hanno rilevato anche criticità nell’intervento dei soccorritori e del personale sanitario, sia per la tempestività sia per l’efficacia delle manovre effettuate. Secondo la perizia, anche con un intervento tempestivo e conforme ai protocolli, le probabilità di sopravvivenza di Fakir sarebbero state intorno al 15%. L’avvocato Anselmo ha annunciato che il consulente della famiglia, il professor Vittorio Fineschi, preparerà una relazione autonoma, contestando alcune discrepanze tra le valutazioni espresse dai periti durante la riunione conclusiva e quelle riportate nel documento definitivo.
I primi risultati dell’autopsia, eseguita il 24 luglio, avevano già evidenziato sangue nei polmoni e segni di schiacciamento. Ora spetta alla Procura di Bologna valutare le conclusioni della perizia e decidere come proseguire l’inchiesta per omicidio colposo. Al momento, i due poliziotti e i quattro soccorritori della Croce Rossa risultano iscritti nel registro delle annotazioni preliminari previsto dal cosiddetto scudo penale e non formalmente indagati.
“Mi scuso”. Morte Fakir e frasi choc: l’agente coinvolto rompe il silenzio
«Voglio scusarmi con la famiglia di Abderrahim Fakir e con il mio corpo di appartenenza per le frasi inaccettabili che ho pronunciato». È quanto dichiarato all’Ansa da uno dei due agenti intervenuti il 19 luglio in via Svevo, nel quartiere Pilastro di Bologna, dove il 42enne marocchino Abderrahim Fakir è morto durante un intervento di polizia. Le parole dell’agente, registrate dalla bodycam, sono finite agli atti dell’inchiesta. Tra le frasi pronunciate figurano «Se schiatta ci divertiamo», «È schiattato ah» e «C.. me ne frega a me».
Attraverso il proprio difensore, l’avvocato Gabriele Bordoni, il poliziotto ha voluto ribadire pubblicamente il proprio rammarico. «Quelle scuse il poliziotto le fece già due mesi addietro, parlandone con me come difensore, quando emersero quelle frasi dall’ascolto della bodycam», ha spiegato il legale, attribuendo le espressioni alla concitazione, alla stanchezza e all’emozione vissuta durante l’intervento. «Ciò non toglie che non si addicano a un servitore dello Stato e che impongano quelle scuse che ora vengono doverosamente ribadite pubblicamente», ha aggiunto Bordoni.
