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Il silenzio sull'Iran uccide

Il costo umano della repressione e il vuoto delle risposte internazionali

Il discorso di Masih Alinejad all’Onu contro il segretario generale che non ha difeso pubblicamente gli iraniani che protestano. Il regime degli ayatollah è come lo Stato islamico, dice, e va trattato allo stesso modo

Un atto d’accusa diretto, senza mediazioni né diplomazia lessicale, contro il silenzio della comunità internazionale. Davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu, Masih Alinejad, giornalista e attivista iraniana costretta all’esilio, ha pronunciato un discorso durissimo rivolto al segretario generale delle Nazioni Unite e ai governi che, a suo giudizio, stanno voltando lo sguardo mentre in Iran è in corso un massacro.

Alinejad ha denunciato l’uso sistematico della violenza contro manifestanti disarmati, il blackout delle comunicazioni, la repressione transnazionale del dissenso e ha equiparato il regime degli ayatollah a un’organizzazione terroristica, chiedendo azioni concrete e immediate. Un intervento che rompe gli equilibri formali dell’arena diplomatica e riporta la crisi iraniana al centro dell’agenda globale, con una domanda che attraversa tutto il suo discorso: fino a quando il silenzio continuerà a uccidere. Ecco le sue parole:

“Mi chiamo Masih Alinejad. Sono una donna iraniana. Signor presidente, membri del Consiglio, sono onorata di essere stata invitata dagli Stati Uniti a testimoniare davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Sono qui oggi per avvertirvi a nome di milioni di iraniani. Ciò che serve ora per portare davanti alla giustizia coloro che hanno ordinato il massacro in Iran è un’azione reale e concreta contro un regime che non comprende il linguaggio della diplomazia.
Le Nazioni Unite non sono riuscite a rispondere con l’urgenza che questo momento richiede. Il Consiglio di sicurezza stesso, il segretario generale stesso non hanno parlato pubblicamente contro il massacro in corso in Iran, hanno fatto soltanto una dichiarazione scritta attraverso il portavoce. Il silenzio in questo momento invia un segnale, invia un messaggio agli assassini dei giovani manifestanti e dei loro familiari: sono certa che il regime iraniano abbia sentito questo messaggio chiaro del segretario generale.
Penso che i membri di questo organismo abbiano dimenticato il privilegio e la responsabilità di sedere in questa stanza. Segretario generale, so che mi sente, mi rivolgo a lei direttamente: perché ha paura della Repubblica islamica? Milioni di iraniani disarmati, manifestanti innocenti e disarmati, sono stati messi a tacere con proiettili, arresti di massa, prigioni e un totale blackout delle comunicazioni. Niente internet, niente cellulari e niente telefoni fissi. Hanno messo l’Iran in un’oscurità totale. Sono qui per portare le loro voci in questa stanza. Sono qui per dirvi che un massacro brutale ha avuto luogo nella mia amata patria, l’Iran. E peggiorerà molto se il mondo non farà azioni serie.
L’Iran sta affrontando una rivolta nazionale che attraversa il paese e attraversa la società con una chiara richiesta di porre fine alla Repubblica islamica. Allo stesso tempo, c’è una campagna nazionale da parte della Repubblica islamica per cancellarla, per mettere a tacere gli iraniani. Le proteste sono iniziate il 28 dicembre, scatenate dal crollo della valuta iraniana, ma si sono immediatamente trasformate in quella che gli iraniani chiamano una rivoluzione – il rifiuto totale di 47 anni di tirannia e oppressione. Le proteste si sono diffuse in più di cento città e hanno coinvolto ogni parte della società: negozianti, lavoratori, insegnanti, infermieri, e coloro che sventolano la storica bandiera del leone e del sole e quelle minoranze etniche tra cui curdi, beluci, tutte le altre minoranze, uomini e donne, spalla a spalla nelle strade. Quando si tratta di liberare l’Iran, devo dire forte e chiaro che tutti gli iraniani sono uniti. Da Teheran a Tabriz, a Rasht, ad Ahvaz, dalle grandi città ai piccoli paesi e villaggi di cui abbiamo appena sentito i nomi nei media. Sono tutti per le strade. Milioni di iraniani sono scesi in piazza chiedendo che i loro soldi smettano di essere rubati e inviati a Hamas, a Hezbollah, agli houthi, i soldi di chi lavora, i soldi di persone innocenti che ora non possono nemmeno comprare il pane. L’intera nazione punta alla libertà in questo momento.
Cosa è successo dopo? E’ successo che il regime ha usato armi militari, gli Ak-47, contro persone innocenti. Secondo Iran International, ci sono più di 12 mila morti. Il giorno successivo, la Cbs ha riferito che i morti sono più di 20 mila. E non sono numeri. Non sono statistiche. Non conosciamo i numeri reali. Giornalisti e cittadini da dentro l’Iran hanno inviato video che mostrano pile e pile di sacchi neri per i cadaveri uno sopra l’altro. Gli iraniani in esilio, a causa del blocco di internet, zoomano le immagini per capire se i loro parenti e i loro cari siano nei sacchi o no. Io stessa ho ricevuto telefonate urgenti e messaggi da iraniani che, grazie a Starlink, chiedono al mondo esterno un aiuto urgente.
Hanno accolto con favore l’offerta del presidente Trump di salvare persone disarmate che vengono colpite al cuore, al petto, dalle forze di sicurezza all’interno dell’Iran. Un attivista che non può essere nominato per la sua sicurezza mi ha detto: “Le strade sono piene di cadaveri. Stanno finendo i feriti per strada”. Mi hanno detto che le forze di sicurezza hanno preso d’assalto gli ospedali e stanno portando via i feriti. Ho anche ricevuto molteplici messaggi da famiglie di vittime che dicono che le forze di sicurezza li hanno costretti a pagare denaro per prendere il cadavere del loro caro per seppellirlo. L’8 gennaio 2026, la Repubblica islamica ha spento internet e ha imposto un blackout tecnico delle comunicazioni non per fermare le proteste, perché la gente è esausta ed è per strada ovunque, ma per nascondere i loro crimini, la loro brutalità. Questo non è stato un errore tecnico o un guasto: è un atto deliberato. Quando un regime spegne internet durante uccisioni di massa e allo stesso tempo i leader dello stesso regime usano il privilegio della libertà di parola sui social media per fuorviare il resto del mondo, non si tratta di ripristinare l’ordine. Si tratta di distruggere le prove. Se non fosse stato per Starlink all’interno dell’Iran, non avremmo potuto avere nemmeno queste poche informazioni. La Repubblica islamica non limita i suoi crimini entro i propri confini. Uccidono i loro oppositori in patria e prendono di mira coloro che denunciano la loro brutalità all’estero, qui, persino qui sul suolo statunitense e in ogni angolo del mondo, in Europa, in Canada, in Australia, ovunque. E non sono soli. Questa si chiama repressione transnazionale, e il governo cinese li aiuta. I dittatori venezuelani li aiutano. Mafiosi russi vengono assoldati dalla Repubblica islamica per colpire i loro dissidenti e oppositori oltre i propri confini.
Mi rivolgo ora direttamente al rappresentante della Repubblica islamica: avete cercato di uccidermi tre volte. Ho visto il mio potenziale assassino con i miei occhi davanti al mio giardino, a casa mia, a Brooklyn. Negli Stati Uniti d’America, in tribunale, ho visto il mio potenziale assassino confessare di essere stato assoldato dalle Guardie rivoluzionarie per porre fine alla mia vita. Il mio crimine è semplicemente quello di dare voce a persone innocenti che voi avete ucciso. Il vostro leader ha ordinato la mia uccisione, ha detto che “l’agente americana” che ha paragonato l’hijab obbligatorio al muro di Berlino deve essere uccisa. Sono io quella donna e non sono un’agente dell’America. Ho la mia autonomia, ma sono grata al governo americano e alle forze dell’ordine per aver protetto la mia vita. E se non fosse stato per la protezione delle forze dell’ordine, non sarei potuta essere qui a testimoniare per milioni di persone che affrontano gli stessi assassini, che affrontano lo stesso regime terrorista nel mio paese. Sì, la protezione conta.
Segretario generale, so che mi sente, mi rivolgo a lei direttamente: perché ha paura della Repubblica islamica?
Niente internet, niente cellulari e niente telefoni fissi.
Sono qui per portare la voce degli iraniani che protestano.
La Repubblica islamica governa attraverso la paura. Fa sparire la gente dalla vita pubblica, dalla memoria, dalla storia.
Non abbiamo bisogno di parole vuote. Il popolo dell’Iran sta dicendo che la Repubblica islamica non può più essere riformata.”