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A vent’anni dal sequestro e dall’uccisione di Tommaso Onofri, il suo nome continua a evocare una delle vicende più sconvolgenti della cronaca italiana. Quel 2 marzo 2006, in una casa di campagna alle porte di Parma, un bambino di appena 17 mesi venne strappato alla sua famiglia in un’azione tanto rapida quanto brutale. Da allora, la sua storia è diventata simbolo di un dolore che non si esaurisce con le sentenze e di una tragedia che ha segnato in modo indelebile l’opinione pubblica.
2 marzo 2006: una notte che sconvolse l’Italia
Sono trascorsi vent’anni dal rapimento di Tommaso Onofri, il bambino di 17 mesi portato via il 2 marzo 2006 dalla sua casa di Casalbaroncolo, alle porte di Parma. Quella sera, poco prima delle 20, un blackout provocato ad arte fece sprofondare la villetta nel buio. Due uomini con volto coperto e armati fecero irruzione, immobilizzarono i genitori e il fratello maggiore e afferrarono il piccolo dal seggiolone. In un primo momento si parlò di sequestro a scopo di estorsione, ma l’illusione durò poche settimane: l’Italia intera, stretta attorno alla famiglia tra appelli e veglie, scoprì presto di trovarsi davanti a una delle pagine più crudeli della cronaca recente.
Tommaso, affetto da epilessia e bisognoso di cure costanti, divenne per tutti “il piccolo Tommy”.
Le indagini, coordinate dalla procura di Parma, si orientarono in più direzioni, tra ipotesi di ritorsioni e sospetti rivelatisi infondati. La svolta arrivò grazie a un’impronta digitale sul nastro adesivo usato per legare i genitori: apparteneva a Salvatore Raimondi, muratore che aveva lavorato nella casa degli Onofri insieme a Mario Alessi. Sottoposti a pressione investigativa, i due confessarono. Il 1° aprile si seppe la verità: il bambino era stato ucciso poche ore dopo il rapimento, nei pressi del fiume Enza, perché il suo pianto “dava fastidio” durante la fuga. Un epilogo che lasciò il Paese attonito.
Tommaso Onofri sequestrato il 2 marzo 2006: processi e responsabilità
Il percorso giudiziario ricostruì una vicenda segnata da accuse reciproche e tentativi di scaricare le colpe. Le sentenze stabilirono che il delitto era stato compiuto “senza un briciolo di umana pietà”. Mario Alessi, ritenuto l’ideatore del piano e l’esecutore materiale dell’omicidio, fu condannato all’ergastolo; Salvatore Raimondi ottenne 20 anni con rito abbreviato. Anche Antonella Conserva, compagna di Alessi, fu riconosciuta colpevole e condannata a 24 anni: secondo i giudici avrebbe dovuto occuparsi del bambino durante la prigionia.
Negli anni successivi le pene hanno seguito il loro corso: permessi premio e fine pena hanno riaperto inevitabilmente ferite mai rimarginate. La scarcerazione di Raimondi nell’agosto 2025 ha riacceso il dolore della famiglia, che continua a confrontarsi con un’assenza definitiva.
Tommaso Onofri, vent’anni fa il sequestro. La madre: “I condannati a vita siamo noi”
In una intervista alla Gazzetta di Parma, la madre, Paola Pellinghelli, ha raccontato cosa significhi convivere con una perdita simile. Dei responsabili ha detto: “per me loro sono il nulla. Come si può perdonare il nulla? Non è possibile. Non li perdonerò mai”. E ancora: “Non penso mai a loro, perché per me non esistono. Penso all’altro mio figlio, Sebastiano, e a Tommaso, naturalmente. Oggi avrebbe quasi 22 anni”.
Il tempo non ha cancellato le immagini di quella sera: “Ho dei flash di quello che è successo”, ricorda, descrivendo la luce che salta, la porta spalancata, la corsa fuori nel buio. E quel pensiero improvviso, terribile: “Ciao Tommy, secondo me, io e te non ci rivedremo qui”. Quando il 1° aprile arrivò la notizia della morte, la donna racconta di aver perso i sensi davanti alla televisione. Da allora, spiega, non ha “superato nulla”, ma ha imparato a convivere con il dolore, anche grazie a un lungo percorso di psicoterapia durato dieci anni. “Ho imparato a dare il giusto peso alle cose, a distinguere ciò che è importante”, ha concluso.
Oggi Tommaso avrebbe quasi 22 anni. Per sua madre, però, resta il bambino di allora: “per me, Tommaso resterà bambino per sempre”. Una frase che riassume una ferita ancora aperta nella memoria collettiva del Paese.