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Cos’è la Trumponomics, l’economia secondo Donald Trump

Il presidente USA Donald Trump ha spiegato cos’è la Trumponomics. Ecco l’economia spiegata in un’intervista all’Economist.

Donald Trump

Poco più di 100 giorni da, Donald Trump diventava presidente degli Stati Uniti d’America. Da allora, il nuovo inquilino della Casa Bianca, ha intrapreso un cammino che si pone l’ambizioso obiettivo di cambiare in modo radicale gli USA, a partire dall’economia.

In una recente intervista rilasciata all’Economist – ripresa in Italia dal Corriere della SeraDonald Trump ha spiegato il suo modo di vedere l’economia. Ecco cos’è la Trumponomics, l’economia secondo Donald Trump.

Rivedere gli accordi commerciali

Il primo punto riguarda gli accordi commerciali. Secondo Trump, gli USA hanno “tanti accordi pessimi”, mentre dovrebbero “essere giusti, e anche reciproci, anche se non pienamente reciproci”. Il riferimento è soprattutto al Nafta, dal quale l’ex tycoon ha raccontato di voler recedere, salvo essere stato contattato dai leader di Messico e Canada che gli chiedevano un ripensamento e l’apertura di un negoziato in luogo della chiusura totale.

E ora negoziato sarà, con tanto di “ristrutturazione massiccia”, ha affermato Donald Trump, perché il Nafta “è un accordo terribilmente squilibrato a favore degli altri partner e ci costa milioni e milioni di posti di lavoro e decine di miliardi di dollari”.

Altro accordo commerciale non soddisfacente, secondo la nuova amministrazione, è quello con la Corea del Sud, siglato a suo tempo da Hillary Clinton. Un accordo “spaventoso”, ha detto Trump, per il quale “è arrivato il momento di rinegoziare”.

La manipolazione della valuta: Donald Trump e la Cina

Sul tema della manipolazione della valuta, nel mirino di Trump è finita soprattutto la Cina. Ma ora la situazione sembra essersi normalizzata. Il presidente USA ha raccontato di avere parlato con Xi Jinping, e che fra di loro c’è un ottimo rapporto, e che Pechino, in realtà, non manipola affatto la valuta.

“Lo sapete che da quando ho cominciato a parlare di manipolazione di valuta con i cinesi e con altri paesi”, ha dichiarato Trump, “hanno smesso di farlo?”.

Immigrazione sì, ma solo legale e meritocratica

Niente più immigrazione illegale, via a un sistema meritocratico per l’ingresso negli USA. Così si potrebbe riassumere, in una frase, il pensiero di Trump per ciò che riguarda l’immigrazione.

“Voglio che la gente entri in questo Paese legalmente”, ha spiegato il presidente, “ma voglio che entri in base al merito”. Secondo Trump occorre “un sistema basato sul merito”, del tipo già adottato da Canada e Australia, “due Paesi che si sono dotati di sistemi molto efficaci”. “Voglio che entri gente di talento, gente entusiasta di venire a vivere in questo Paese, gente capace di contribuire al nostro Paese”, stabilendo anche “una condizione al momento giusto, che la gente che arriva si impegni a non ricevere alcuna forma di sussidio per vivere nel nostro Paese per un periodo di almeno cinque anni”.

La riforma fiscale dell’amministrazione Trump

Infine il discorso relativo alla riforma fiscale, che mira, mediante un sostanziale e sostanzioso abbattimento delle tasse a carico delle aziende americane, a provocare l’innesco di un sistema virtuoso, a costo di provocare un aumento del deficit, perché, secondo Trump, “se non si fa così, non si riuscirà mai a far calare la pressione fiscale”.

In ogni caso, l’aumento di deficit dovrebbe essere limitato nel tempo, forse “un paio d’anni”, quanto necessario, secondo il presidente, per cambiare in modo radicale lo stato dell’economia USA.

Lo stato dell’economia USA

I risultati dei primi tre mesi dell’era Trump sono considerati da più parti come strepitosi. Il livello di disoccupazione negli Stati Uniti è tornato ai livelli del 2007, prima della crisi economica, ovvero si è assestato sul 4,4%. Strepitoso è l’aggettivo giusto, specie se si considera che, a quanto pare, la Federal Reserve ritiene più che soddisfacente un tasso del 4,6 – 4,7%, facendo peraltro notare che, al di sotto di tale limite, il sistema produttivo perderebbe competitività innescando il rischio di inflazione.

La realtà del mondo lavoro americano – e non solo, a dire la verità – è che sempre più spesso i concetti di occupazione, occupazione stabile, occupazione decorosa, stabile, adeguatamente retribuita, finiscono con il confondersi. Negli Stati Uniti, moltissimi cittadini non sono occupati ma, per meglio dire, sotto – occupati. Hanno contratti che non sono contratti ma impegni precari, il tutto in un contesto in cui, comunque, la crescita dei salari è di fatto bloccata.

Così come in Italia, anche oltre oceano nelle statistiche si fanno rientrare solo i cittadini che cercano attivamente un impiego, tralasciando (a buon vantaggio esclusivamente dei dati governativi ufficiali) tutti coloro che a quell’obiettivo hanno rinunciato.

Inoltre c’è il tema del Pil, che negli USA, se cresce, cresce tutto sommato di poco. Le rilevazioni più ottimistiche per il primo trimestre di quest’anno si fermano a un +0,7%. Modificare questa situazione non sarà semplice ma forse già a breve si vedrà se le riforme della Trumponomics saranno state efficaci.

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