FLASH — Nella terza serata del Festival di Sanremo Ubaldo Pantani è tornato al centro della scena, tra co-conduzione e uno show di imitazioni che ha acceso dibattiti. Il momento più chiacchierato è stata la sua versione di Lapo Elkann: una parodia accolta con applausi dal pubblico, ma anche con osservazioni contrastanti sul ruolo della satira in un evento così visibile.
Pantani ha alternato una serie di personaggi, da Flavio Insinna a Massimo Giletti, da Gigi Buffon a Massimo Cacciari, fino a Massimiliano Allegri, Roberto D’Agostino e Leonardo Maria Del Vecchio. Le rapide trasformazioni hanno messo in luce la sua abilità trasformistica e il tono teatrale dell’esibizione; allo stesso tempo la performance ha riaperto la discussione su quanto la satira debba concentrarsi sulla somiglianza o su un’interpretazione più libera e riconoscibile.
L’origine del personaggio di Elkann risale a ventuno anni fa: nato come ritratto satirico, nel tempo si è sedimentato in un personaggio con tic, atteggiamenti e battute ricorrenti. Per Pantani non si tratta di un ritratto giornalistico, bensì di una costruzione scenica pensata per essere subito identificabile. Questo passaggio — dall’imitazione pura a un “personaggio” stabile — privilegia la caricatura e la sintesi comica piuttosto che la fedeltà fotografica ai tratti dell’originale.
Proprio questa riconoscibilità spiega in parte la longevità della sua interpretazione: ripetendo gesti, inflessioni e formule, l’imitazione crea un linguaggio proprio che il pubblico riconosce istantaneamente. Secondo il comico, l’obiettivo è divertire e mettere in gioco elementi ricorrenti, non smontare la persona imitata. Del resto, la replica più interessante è arrivata proprio da Elkann: Pantani ha raccontato di aver ricevuto i complimenti diretti dall’imprenditore, con cui intrattiene anche battute private, come sui temi calcistici legati alla Juventus.
Ma non tutti hanno visto la cosa con favore. Critici come Selvaggia Lucarelli hanno contestato la scelta di prendersela con una figura che, a loro avviso, non è al centro dell’agenda pubblica in questo momento. Per questi osservatori la parodia rischia di apparire fuori tema, un riempitivo più che un commento davvero significativo sulla realtà dei giorni del Festival.
Il confronto emerso dalle reazioni — dai sorrisi del pubblico ai rilievi più severi — ripropone il classico dilemma della satira in contesti popolari: può funzionare come pausa di leggerezza o, se disallineata con le aspettative del pubblico, risultare superflua. A Sanremo, dove l’equilibrio tra spettacolo e rilevanza mediatica è sempre sottile, ogni scelta comica viene letta anche come segnale di stile e di ricerca di consenso.
Sul palco Pantani ha anche giocato sui rimandi televisivi: ha ripreso una sua “versione” già nota agli spettatori, ironizzando sul ruolo del conduttore e facendosi scappare una battuta che ha finto di confondere il presentatore con Fabio Fazio. Quei momenti hanno alleggerito la serata, offrendo pause comiche in una scaletta che alcuni critici hanno giudicato meno incisiva. Piaccia o non piaccia, la sua performance ha avuto il merito di rilanciare una conversazione sul ruolo del comico — e quella conversazione sembra destinata a proseguire nelle prossime serate del Festival.