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Alpinista rimasto una notte nel crepaccio: “Puntavo la sveglia ogni 30 minuti”

Alpinista rimasto una notte nel crepaccio: “Puntavo la sveglia ogni 30 minuti, Non sono mai stato fermo per tutta la notte, non ho mai chiuso gli occhi"”

Giorgio De Bona

Giorgio De Bona, l’alpinista rimasto una notte intera in fondo ad un crepaccio sul versante tra il monte Cavallo e il Semenza, ha spiegato al Corriere del Veneto: “Puntavo la sveglia ogni 30 minuti”. Il 47enne alpinista residente ad Alpago, in provincia di Belluno, ha ripercorso le ore drammatiche dell’incidente in montagna e del suo recupero dopo ore drammatiche in cui ha dovuto coniugare la lotta all’ipotermia con la necessità di rendersi visibile ai soccorritori.

Ecco perché “la sveglia sul cellulare suonava ogni 30 minuti”. 

L’alpinista rimasto una notte nel crepaccio: il freddo, lo strapiombo sotto e il cielo vuoto sopra

In quei momenti Giorgio “alzava gli occhi verso l’unico pezzo di cielo che faceva capolino nei ghiacci e ricominciava a muoversi”. Ha spiegato l’uomo: “Non sono mai stato fermo per tutta la notte, non ho mai chiuso gli occhi. Intorno a me c’era lo strapiombo.

Se fossi caduto di nuovo non sarei più riuscito ad uscirne vivo”. De Bona è stato ritrovato nella mattinata di domenica 19 dicembre sul versante tra il monte Cavallo e il Semenza, nel Bellunese. 

La scomparsa dell’alpinista rimasto una notte nel crepaccio, l’allarme e le ricerche dei soccorritori

Il team del soccorso alpino che lo cercava era in allarme assieme ai carabinieri da sabato 18 e Giorgio ha passato una notte intera in condizioni estreme, al buio e al freddo, chiuso da pareti verticali di 10 metri.

“Sono caduto ad un certo punto senza poter far nulla, a testa in giù alla fine della corsa ero in un posto stretto, incastrato nella roccia. Mi è salita una gran rabbia. ‘No, mi sono detto. Proprio a me non può capitare’. E con tutte le forze che avevo mi sono liberato e mi sono girato”. Ad un certo punto l’uomo ha iniziato a risalire quelle pareti ed ha dovuto abbandonare zaino e coperta termica, le sue sole speranza di vita: “In alcuni momenti bisogna fare delle scelte, il movimento con lo zaino era più complicato, lo controllavo meno”. 

La scelta “folle ma saggia” dell’alpinista rimasto una notte nel crepaccio: arrampicarsi lasciando le protezioni termiche

“Nella posizione in cui ero avevo uno strapiombo a sinistra e uno a destra, non potevo fallire altrimenti mi sarebbe stato fatale. Volevo fare il possibile per salvarmi. Sono arrivato su. Quando ho visto il cielo ho tirato un sospiro di sollievo. Mi sono messo in un punto in cui potevo appoggiare gli scarponi in uno spazio di neve battuta. Alle spalle avevo la roccia per appoggiarmi se mi fossi sentito mancare. E poi ho aspettato fissando la sveglia ogni 30 minuti”. Il salvataggio è arrivato come una benedizione, ma benedizione “agevolata” anche da una condotta ineccepibile, oltre che da una buona dose di fortuna che non guasta mai.

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