Il caso di Salim El Koudri, arrestato dopo aver investito sette persone nel centro di Modena con l’auto sulla folla, ha aperto un dibattito su identità, fragilità psicologica e difficoltà di inserimento sociale. Le dichiarazioni rese in carcere e riportate dal suo avvocato offrono uno sguardo su un profilo complesso, ancora tutto da decifrare, tra percezione di sé, pressioni familiari e percorso clinico in fase di valutazione.
Auto sulla folla a Modena, El Koudri rompe il silenzio: “Io in Italia sono nato, è il mio Paese”
Salim El Koudri, 31 anni, arrestato dopo aver travolto sette persone nel centro di Modena, insiste su una definizione netta di sé: “Io in Italia sono nato, è il mio Paese, io sono italiano“.
Come riportato da Rai News, secondo quanto riferito dall’avvocato Fausto Gianelli, che lo ha incontrato in carcere, il giovane non mostrerebbe incertezze su questo punto e ribadisce: “Io sono italiano e i miei genitori hanno fatto tanti sacrifici per farmi studiare e io dovevo fare qualcosa, realizzarmi perché loro hanno fatto sacrifici, perché loro sono stranieri, lo sai?“.
Il legale evidenzierebbe una contraddizione che lo ha colpito: da una parte il ragazzo si percepisce esclusivamente italiano, dall’altra colloca i genitori in una categoria diversa, definendoli “stranieri” nonostante il percorso di integrazione e l’acquisizione della cittadinanza. Come racconterebbe Gianelli: “Questa cosa mi ha fatto pensare perché parla di sé come un italiano e dei genitori, che hanno la cittadinanza italiana, come stranieri“. Il contesto familiare è segnato da origini arabe: “Perché effettivamente i suoi genitori sono di madrelingua araba, l’italiano l’hanno imparato e la cittadinanza l’hanno acquisita. Lui invece si sente italiano“.
Auto sulla folla a Modena, El Koudri parla del lavoro: “Mi hanno fatto il malocchio”
Sul piano lavorativo, El Koudri avrebbe raccontato al suo avvocato una percezione personale delle difficoltà incontrate: “Ho capito che mi avevano fatto il malocchio. Perché ovunque stavo pochi mesi“. Una lettura che, secondo l’avvocato, si inserirebbe in un quadro di forte pressione psicologica legata alla ricerca di stabilità: “Era ossessionato dal lavoro: giovane laureato con carriera brillante che sentiva di non trovare un posto lavorativo, un posto nella società, anche per ripagare gli sforzi che la famiglia, che l’ha mantenuto. Aveva questo peso sulle spalle. Era diventata un’ossessione“.
Il legale, tuttavia, avrebbe precisato: “Non può essere la spiegazione né la giustificazione perché questo è un dramma che tanti ragazzi vivono“. E aggiunge che il disagio sembra inserirsi in una condizione più ampia: “Tante possono essere le spiegazioni. Quella che dà lui, il malocchio, non la commentiamo. Ma queste sono tutti fatti che si inseriscono in una situazione di disturbo psichiatrico, che è quello che dobbiamo approfondire“.
Durante la detenzione, il giovane avrebbe mostrato attenzione per le vittime: ha chiesto informazioni sulle loro condizioni, compresa quella della turista tedesca gravemente ferita. Gianelli avrebbe ribadito: “Mi ha chiesto le loro condizioni, della turista tedesca di cui gli avevo parlato e che ha perso le gambe“.
Sul tema della consapevolezza, il difensore mantiene cautela: “Il pentimento è una cosa seria. Questa parola non va detta a cuor leggero“. Solo un percorso più lungo potrà portare a una reale comprensione: “Poi potremo parlare di un ragazzo pentito“. Nel frattempo, il quadro clinico è in fase di valutazione: “Ha visto il medico, ha fatto una visita generale… qualche ansiolitico e sedativo, quanto è necessario per calmare la situazione“. Il percorso, conclude l’avvocato, sarà lungo: “Adesso ci sarà un percorso lungo, con visite mediche specialistiche continuative“.