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Banche, ecco come l'IA cambierà il mondo del credito, parla GFT Technologies

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Dall’istruttoria dei mutui al recupero dati fino all’IA generativa: Sandro Tucci, Banking Market Leader spiega perché il nodo non è fermare il progresso, ma governarlo

Il sistema bancario ha cambiato pelle, si sa. La tecnologia che ha rivoluzionato le nostre vite, rovesciandole come calzini, costringendoci a cambiare abitudini, consumi, modi di lavorare, investire, persino di mangiare e fare vacanze, non ha risparmiato il mondo del banking. Anzi. Se c’è un settore che da decenni ha spalancato le porte ad algoritmi, interfacce digitali e strumenti elettronici, è proprio quello del credito e del risparmio.

Ma come saranno le banche di domani? E cosa succederà quando l’IA occuperà completamente uffici e stanze dei vecchi istituti di credito? L’elemento umano verrà sostituito, come hanno predetto i romanzi distopici di Borges o Philip K. Dick? O il ruolo dell’uomo rimarrà comunque determinante nei modelli di organizzazione del lavoro?

Sandro Tucci vanta una lunga esperienza in banca e oggi siede sulla poltrona di responsabile banking di GFT Technologies, multinazionale di consulenza e system integration che aiuta i clienti a costruire soluzioni applicative informatiche a supporto del business.

L’uomo giusto, insomma, per capire le evoluzioni presenti e future del settore bancario e finanziario.

sandro portraitDottor Tucci, come è cambiato nel tempo il modo in cui le banche concedono credito?

L’istruttoria è sempre stata il cuore del business crediti nelle banche, ma negli ultimi decenni il modo in cui viene gestita è cambiato profondamente.

GFT Technologies nasce negli anni Ottanta e, all’inizio, le piattaforme informatiche supportavano solo una parte dei processi: la componente manuale era ancora molto forte. La vera svolta è arrivata negli anni ‘90 con il web, che ha reso la banca molto più accessibile, permettendo al cliente di interagire direttamente con i sistemi e, per esempio, di richiedere un mutuo da casa o tramite intermediari. Poi sono arrivati i motori decisionali evoluti e l’open banking, che hanno consentito di integrare automaticamente dati interni ed esterni, raccogliendo solo le informazioni pertinenti e necessarie. Oggi siamo nel terzo passaggio, quello dell’intelligenza artificiale, che mette insieme capacità di calcolo, disponibilità di dati strutturati e una potenza elaborativa resa possibile dall’evoluzione dei chip e delle infrastrutture tecnologiche.

Facciamo un esempio concreto del vostro lavoro.

La gestione elettronica delle pratiche di fido e dei mutui. Quando un cliente richiede un finanziamento, la banca deve valutarne sostenibilità, corretto importo e merito creditizio. Tutto questo processo, che una volta era manuale e cartaceo, oggi è gestito da piattaforme informatiche che guidano l’istruttoria, garantiscono conformità normativa, tracciabilità e correttezza. L’elemento umano è passato al ruolo di supervisore e decision maker, più che di esecutore operativo.

Oggi è dunque la gestione dei dati il processo più delicato?

Assolutamente. Il reddito del richiedente è essenziale per valutare la sostenibilità della rata e deve essere aggiornato e archiviato secondo normative vigenti. Lo stesso vale per altri dati del cliente, nei limiti consentiti dalla legge. La banca può raccogliere solo le informazioni legittime, pertinenti e necessarie alla valutazione del merito creditizio. Ogni dato deve essere acquisito, trattato e conservato secondo regole precise. Oltre ai dati della banca e del cliente, alcune informazioni innovative, come la reputazione online sui social, possono essere considerate solo entro limiti regolamentari. In sostanza, la tecnologia non sostituisce solo carta e penna: supporta la valutazione creditizia in modo strutturato, integrato e automatizzato, riducendo errori e aumentando l’efficienza. Per questo servono piattaforme evolute, in grado di richiedere solo i dati consentiti e supportare la banca nel rispetto della normativa. GFT Technologies fornisce sia la tecnologia sia la consulenza per progettare e realizzare queste soluzioni, dal mutuo retail fino ai grandi finanziamenti corporate.

Quanto sta incidendo oggi l’IA nel banking e quanto inciderà domani?

L’IA oggi opera su due livelli. Il primo è quello dell’automazione predittiva e dei motori decisionali: la macchina applica regole complesse in modo rapido e sistematico. È lo stesso principio di strumenti come Excel: attività prima manuali vengono automatizzate. Il secondo livello è quello generativo, profondamente diverso: la macchina non si limita ad applicare regole, ma formula ipotesi, proposte e pareri. Ed è per questo che il ruolo umano resta decisivo. Quando l’IA genera un output, non può mai essere considerato affidabile al cento per cento. Il rischio di errori o allucinazioni esiste, e la valutazione umana resta imprescindibile.

Che impatto ha tutto questo sul lavoro di GFT?

Un impatto duplice. Da un lato utilizziamo l’IA internamente per sviluppare soluzioni più rapidamente, con maggiore efficienza e a costi inferiori. Dall’altro la progettiamo per i clienti, rendendo più efficiente l’intero ciclo dell’istruttoria creditizia. Pensiamo all’analisi di bilanci complessi o grandi finanziamenti corporate: l’IA acquisisce dati, li organizza e fornisce bozze di parere. Ma, ancora una volta, quando entra in gioco la componente generativa, quel parere deve essere interpretato. Non può essere copiato e incollato automaticamente nel dossier della pratica. In altre parole, l’IA accelera e migliora la qualità del processo, ma non elimina la responsabilità dell’uomo.

Diciamolo chiaramente: l’IA cambierà il lavoro o lo sostituirà?

Il lavoro è sempre cambiato. Nel mio paese, in Abruzzo, ad esempio, una volta c’erano tre calzolai; oggi quei mestieri sono quasi scomparsi, ma nel frattempo ne sono nati altri. È sempre stato così. La vera minaccia non è il cambiamento, ma restare fermi.

Sì, ma Europa e Usa corrono a velocità diverse e forse anche con obiettivi diversi.

Vero, la differenza è netta. In Europa prevale un approccio regolamentato, forse talvolta eccessivo, ma nasce dall’esigenza di tutela. Negli Usa la diffusione dell’IA è più rapida: lì la tecnologia viene prodotta e il mercato è storicamente meno regolamentato, con maggiore libertà di sperimentazione. In sostanza, negli Usa prima si innova, poi eventualmente si regolamenta. In Europa avviene quasi il contrario: prima definiamo le regole, poi introduciamo la tecnologia.

Cosa la preoccupa di più in questa rivoluzione dell’IA?

La sua componente generativa. Automazione e analisi predittiva sono più governabili. La generativa, invece, produce contenuti, interpretazioni e simulazioni: è la parte più delicata e affascinante.

Ed è un tema che letteratura e fantascienza avevano già intuito molto tempo fa, da Jorge Luis Borges con la “Biblioteca di Babele” nel 1941 a Philip K. Dick fino all’Arthur C. Clarke di “2001: odissea nello spazio”. Oggi, però, siamo già oltre la fantasia. Come se ne esce?

Voglio essere ottimista: il nodo è l’uso dello strumento. L’energia nucleare può alimentare una centrale o produrre una bomba. Dopo Hiroshima, il mondo ha deciso di usarla per fini positivi. Con il nucleare abbiamo illuminato le città.

Sì, ma il nucleare viene gestito da una cerchia ristretta di soggetti. L’IA, invece, è potenzialmente nelle mani di tutti.

Il nodo vero è questo: chi la produce guarda legittimamente al business. Alcuni utilizzatori, invece, temo potrebbero usarla in modo superficiale o scorretto. Ed è qui che si gioca la sfida: trovare un equilibrio tra innovazione, mercato, etica e responsabilità. E soprattutto serve “l’effetto deterrenza”. Se ogni Paese avrà la sua IA, bisognerà per forza scendere a patti con tutti.

 Ma in questa corsa all’IA, l’Europa non rischia di restare indietro?

Il rischio c’è. La Francia ha investito molto, in Italia le risorse sono inferiori. Servirebbe una strategia europea comune. Purtroppo, siamo arrivati a un punto in cui anche se i 27 Paesi investissero massicciamente, saremmo comunque in ritardo di anni. E nel mondo della tecnologia tre anni equivalgono a un’era geologica. Bisogna comunque fare sistema, unendo risorse, competenze e visione industriale.

È un gap recuperabile o no?

Sì, ma bisogna investire sulle competenze. OpenAI, quando ha accelerato sulla generativa, ha ottenuto vantaggi anche dall’acquisizione di talenti e know-how. Ciò dimostra che se si vuole fare davvero, il modo per recuperare esiste.

Lei resta comunque ottimista sul progresso.

Assolutamente sì. Basta guardare cosa è cambiato in cinquant’anni: telecomunicazioni, medicina, potenza di calcolo. Negli anni ‘70 un computer occupava una stanza intera; oggi abbiamo capacità infinitamente superiori in un dispositivo tascabile. Il progresso va governato, ma non demonizzato. Il cambiamento, in fondo, è parte stessa della nostra evoluzione.