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Botta e risposta con Agoria

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Figura chiave della scena elettronica europea, Agoria — pseudonimo del produttore e compositore francese Sébastien Devaud — attraversa da oltre tre decenni i territori della musica, dell’arte contemporanea e della tecnologia con un approccio raffinato e multidisciplinare. Tra i primi DJ eu...

Figura chiave della scena elettronica europea, Agoria — pseudonimo del produttore e compositore francese Sébastien Devaud — attraversa da oltre tre decenni i territori della musica, dell’arte contemporanea e della tecnologia con un approccio raffinato e multidisciplinare.

Tra i primi DJ europei a costruire un ponte tra l’eredità della techno di Detroit e una sensibilità più melodica e cinematografica, Agoria ha pubblicato dischi fondamentali – The Green Armchair, Impermanence e Drift – costruendo un’estetica sonora in cui house, techno ed elettronica sperimentale convivono con una forte dimensione emotiva. Parallelamente alla carriera discografica, Agoria è tra i fondatori del festival Nuits Sonores di Lione, oggi uno degli appuntamenti più influenti del continente, e ha dato vita prima all’etichetta InFiné e poi alla piattaforma creativa Sapiens Records, laboratorio in cui musica, intelligenza artificiale e ricerca artistica si incontrano.

Ultima release di Sapiens – solo in senso cronologico – è “Cambodia”, realizzata insieme al produttore Mooglie, una reinterpretazione club-oriented del celebre brano di Kim Wilde. Pubblicata il 6 marzo su Sapiens Recordings — e 98ª uscita del label — la traccia trasforma il classico synth-pop in una costruzione ipnotica pensata per il dancefloor contemporaneo, confermando la capacità di Agoria di rileggere il passato attraverso una sensibilità sonora profondamente attuale. In occasione della release di “Cambodia” – e in attesa di vederlo dal vivo al Volt di Milano il prossimo 10 aprile, e alla prossima edizione di Kappa FuturFestival – abbiamo chiacchierato con l’artista, e questo è quello che ci ha raccontato.

Ciao Agoria, e benvenuto su notizie.it.

Quando hai deciso di iniziare a produrre musica?

Circa 25 anni fa. All’epoca i computer stavano già entrando nella produzione musicale, ma non ne ero ancora un grande fan. Sentivo che mancava qualcosa: la vibrazione organica, la spontaneità, la possibilità di improvvisare facilmente come con gli strumenti o con le macchine analogiche. Con il tempo ho capito che la tecnologia può diventare molto umana, se la si usa nel modo giusto. La tecnologia è uno specchio della nostra umanità. Ho anche realizzato una mostra digitale attorno all’idea del Reverse Turing Test: oggi ho la sensazione che sia la macchina a mettere alla prova noi, per capire se siamo ancora umani.

Quando hai capito che la musica sarebbe stata la tua strada?

Abbastanza presto, ma non in modo del tutto consapevole. Non mi sono svegliato una mattina pensando: “questa sarà la mia carriera”. È successo gradualmente. Ho iniziato a studiare batteria, ascoltavo musica e conducevo un mio programma radio, poi ho cominciato a organizzare feste, a suonare dischi, a incontrare persone che condividevano la stessa passione. Poco alla volta la musica ha smesso di essere solo qualcosa che amavo ed è diventata il modo in cui vivevo la mia vita.

Chi sono i tuoi artisti preferiti?

Sono sempre stato ispirato da artisti che creano mondi, più che semplici tracce. Persone come Aphex Twin, Terri Riley, Brian Eno, Carl Craig, Mike Banks: artisti che trattano la musica come un linguaggio, non solo come intrattenimento. Ascolto anche molto al di fuori della musica elettronica: colonne sonore, musica ambient, musica concreta.

E i tuoi club e festival preferiti?

Ci sono tanti luoghi straordinari nel mondo. Ho sempre amato club e festival in cui il pubblico è davvero lì per la musica, posti con una forte identità. Festival come Sònar o il Kappa FuturFestival di Torino sono speciali perché riuniscono persone provenienti da ogni parte del mondo attorno a un’energia condivisa. Ho cercato di ricreare quella stessa atmosfera quando ho fondato Nuits Sonores, vent’anni fa. Non so bene come sia cambiato il festival oggi, ma quando lo dirigevo posso dire, senza arroganza, che era il miglior festival di musica elettronica in Francia. E in Italia sono molto felice di tornare quest’anno al Kappa FuturFestival di Torino.

Puoi raccontarci qualcosa del tuo prossimo set al Volt di Milano? Cosa dobbiamo aspettarci?

Volt è un club bellissimo, dove c’è una relazione molto diretta tra il DJ e il pubblico. Adoro quello che Antonioli e il suo team hanno costruito. Con il tempo sono diventato molto amico di tutto il team, serata dopo serata. Per questa serata probabilmente suonerò un mix di musica nuova, alcuni brani inediti e pezzi della mia etichetta Sapiens. Mi piacciono i set che si muovono emotivamente: non un unico stile, ma un vero viaggio. Ma, a dire il vero, lo capirò davvero solo davanti al pubblico.

Qual è il momento più bello della tua carriera musicale che ricordi?

Ce ne sono tanti. Solo l’anno scorso suonare alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici è stato qualcosa di incredibile. Anche la mia mostra al Musée d’Orsay è stato un momento unico.

E il momento più assurdo o imbarazzante?

Finire in commissariato dopo aver suonato ai rave party è sempre stato un momento… particolare!

Cosa fai nel tuo tempo libero?

Non separo il tempo libero da quello di lavoro. Perché in fondo siamo sempre liberi e occupati allo stesso tempo.

Che rapporto hai con i social media?

Non mi piacciono. Penso che portino a una forte riduzione della diversità. Il modo in cui sono costruiti oggi può solo spingerci sempre più verso contrapposizioni e forme di oppressione.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sto celebrando i 30 anni della mia carriera con una mostra d’arte, nuova musica sulla mia etichetta Sapiens, remix di alcuni classici e nuovi DJ set.
Proprio oggi ha aperto, e resterà visitabile fino a giugno, la mia mostra al Museo d’Arte Contemporanea di Lione.

instagram.com/agoria